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2 maggio 2014
TORO, SUPERGA, UNA SQUADRA, LA LEGGENDA!

http://www.storiedicalcio.altervista.org/images/cats_02.jpg

grandidrammi
Sono le 17 del 14 maggio 1949: sischianta l'aereo con a bordo il Grande Torino: si consuma la più grandetragedia del calcio italiano.

Sono le diciassette di una brutta giornata d'inizio maggio. Torino, cosìcome buona parte dell'Italia del

Nord, è avvolta in una straordinaria cappa di maltempo. Il muratoreAmilcare Rocco, che abita a un

tiro di schioppo dalla cima di Superga, sente un rombo divenire via viasempre più forte fino a farsi

assordante. Il fragore che gli passa in un lampo sopra la testa sitrasforma subito dopo in un tonfo

sinistro. L'uomo esce di casa, solcando la cortina di nebbia. Sulla stradaincrocia alcuni contadini della

zona, tutti usciti per lo stesso motivo. Correndo sgomenti verso labasilica che domina il colle, gli

uomini scorgono sempre più nitido il profilo scomposto di una carlinga,sormontata da una colonna di

fumo nero

Il cappellano, don Tancredi Ricca, è già lì che si aggira tra miseri resti di corpi umani, sparsi tralamiere

arroventate e focolai di incendio. Capisce ben presto che per quelle povere anime non si può che pregare.

Il giardino che sorge ai piedi della basilica è delimitato da un poderosobastione: proprio contro di esso si era

schiantato l'aereo, un Fiat G 212, provocando un foro circolare di quattro metri di diametro e proiettandosi

poi sulla spianata.

Nel frattempo, poco distante, al campo dell'Aeritalia, ci si comincia apreoccupare: perché ancora non si

sente il rumore del G212? E perché dalla radiodel velivolo nessuno risponde più? L'ultimo contatto è

avvenuto qualche minuto prima: «Visibilità zero - aveva scandito in Morse ilradiotelegrafista del campo -

se volete atterraredovete volare alla cieca».

In quel momento l'aereo era già in vista di Torino. In vista si fa perdire, perché in realtà viaggiava sballottato

fra nubi nerissime e raffiche divento. Ma dopo qualche attimo di silenzio, la risposta proveniente

dall'aria aveva sciolto ogni dubbio sulle intenzioni del comandante: «Quota duemila, tagliamo su

Superga». Il volo sopra il colle era un fatto abituale per chi si preparavaall'atterraggio. Erano le 16,58: di lì a

poco si sarebbe compreso il tragicoerrore, causato forse da un guasto delle apparecchiature di bordo:

credendosi a duemila metri di altezza, il pilota viaggiava invece a pocopiù di duecento. Non stava sorvolando

la collina di Superga, stava percolpirla in pieno.

http://www.storiedicalcio.altervista.org/images/superga_corriere.jpg

Contrariamente agli addetti dell'Aeritalia, i clienti del

ristorante di Superga hanno invece già percepito i

contorni del dramma. Anche lorohanno sentito il

rombo e il tonfo, e dopo pochissimo un uomo

proveniente in automobile dal luogo della sciagura li ha

messi al corrente dell'accaduto. Una decina di minuti

dopo le diciassette la notizia corre via telefono dal

ristorante a Torino, da dove partono tredici

ambulanze, vigili delfuoco e polizia.

 

Sul colle, attorno alle salme, si continua a rovistare. Alcuni

dei corpi sono quasi completamente svestiti per l'urto.

Alcuni non hanno più volto. Valigie e pacchi regalo sono

sparsi d'intorno. A un tratto qualcuno scorge due

maglie di coloregranata con lo scudetto

tricolore e la verità passa davanti alle menti in un baleno:

«E' il Torino! E'l'aereo del Torino che tornava da

Lisbona!». La stessa verità che viene urlata di lì a poco in

tutta Italia. E da tutta Italia risponde un mare di telefonate

a giornali, vigili del fuoco, Aeronautica: «Ma è proprio

vero? Sono loro? Sonomorti proprio tutti?». I

quotidiani della sera, usciti poco dopo in edizione

straordinaria, vengono letteralmente strappati di mano

agli strilloni.

Già: al cospetto della Basilica diSuperga, quella sera del 4 maggio 1949, si

era immolata una squadraleggendaria, capace di dominare il calcio italiano

come mai più sarebbe accaduto. Una squadra e una società assurti a modello

assoluto e intoccabile. E proprio il grande prestigio internazionalesarebbe stato

indiretto motivo della rovina. La scintilla era scoccata nel febbraioprecedente,

quando l'Italia marcata Torino vinsefacile, 4 a 1, con il Portogallo.

Era quella la prima esperienza del dopo-Pozzo: il ciclo del vecchio alpino,

straordinario artefice dei massimi successi, era giunto al tramonto.

 

La Nazionale era stata affidata a una commissione tecnica federalepresieduta da

Ferruccio Novo, vale a dire il presidentedel Torino. Proprio in quell'

occasione, il capitano del Portogallo, Ferreira, in cerca di un grande partner per la

sua partita d'addio, convinse Valentino Mazzola a portare il Torino a Lisbona,

per giocare contro il suo Benfica nel maggio successivo.

 

Novo si era subitomostrato in disaccordo con la promessa fatta dal suo

capitano. La trasferta lusitana si incrociava infatti con il finale dicampionato e,

anche se il Toro era in testa per l'ennesimo anno, gli avversari incalzavanoe le

distrazioni potevano risultare pericolose. «Va bene - aveva detto Mazzola -

facciamo così: se aSan Siro contro l'Inter non perderemo, andremo in

Portogallo». Novo aveva accettato: del resto non perdere a Milano avrebbe

significato scudetto pressoché sicuro, con i nerazzurri tenuti a cinquepunti con

sole quattro partite da giocare.

 

Non erano più di primo pelo le colonne storiche di quella macchina micidiale.

Mazzola, Loik, Menti e Grezar avevano toccato la sponda dei trent'anni,

Gabetto era già sui trentatré. Gli altri erano più giovani ma sulle loro spalle

pesavano quattro campionati consecutivia far da lepri irraggiungibili.

Sicché la minaccia di quell'Inter, che dopo la guerra aveva smesso di chiamarsi

"autarchicamente" Ambrosiana per riappropriarsi del suo vecchionome, era

parsa quanto maifondata.

 

San Siro traboccava per la partita più importante del campionato. Finalmente

c'era la possibilità di mettere paura a quegli undici marziani, che l'anno prima

avevano vinto il campionato con sedici punti di vantaggio sulla seconda.L'Inter

calava il suo tris d'attacco, formato da Nyers, Amadei e Lorenzi (in tre

andarono a segno quell'anno 65 volte). Una trazione anteriore formidabile.Il Toro

doveva lasciare in tribuna un febbricitante Mazzola e non era certo una

prospettiva gradevole fare a meno del superuomo, dell'atleta capace didispensare

saggezza, potenza e meraviglie tecniche in ogni parte del campo.

 

Ma alla fine, la missione fu compiuta: 0 a 0, con qualche patema.

La strada era ormai in discesa fino alla fine. «Nell'ora del pericolo - scrisse

quel giorno il direttore di Tuttosport, Renato Casalbore - la squadra granata ha

svelato una potentefreschezza atletica e anche questi sono segni

della classe di unasquadra; voglio dire: saper essere

tempestivamente almomento giusto, sempre aderenti alla situazione.

Ed era una situazionedifficile per il Torino. Domani i campioni

partono per Lisbona».

Partono, annotò Casalbore. In realtà avrebbe dovuto scrivere "partiamo", perché

sull'aereo dei granata, il 2 maggio, stava per imbarcarsi anche lui.Intorno a

quell'aereo, a dire il vero, si svolse una singolare danza di appuntamenti mancati

o centrati in extremis: il giovane granata Giuliano, per esempio, che già da un

po' bazzicava la comitiva dei "grandi", fu bloccato da problemidi passaporto e lasciò

il posto proprio a Casalbore. A terra rimase anche Gandolfi, il portiere di riserva

che presentatosi all'aeroporto scoprì con dispetto che al suo posto erastato

convocato Dino Ballarin, fratello minore di Aldo.

 

Così come restarono in Italia Nicolò Carosio e Ferruccio Novo: la "voce" del

calcio italiano era inizialmente della partita, ma la prima Comunione delfiglio lo

convinse a rinunciare in favore di Renato Tosatti, della Gazzetta del Popolo. Novo,

invece, era a letto malato. E infine, non partì uno dei rincalzi, Sauro Toma:

qualche giorno prima, vittima di una distorsione, si era fatto visitareinsieme con

Maroso. Per Lisbona il medico bloccò Toma e diede via libera a Maroso. Peraltro,il

fine terzino sinistro, che ad appena 24 anni aveva già le stimmate del

fuoriclasse, sarebbe partito solo per ingrossare la schiera dei rincalzi.

 

Neanche Mazzola era ancora del tutto guarito dalla sua influenza, ma come poteva

rinunciare a quella trasferta che proprio lui aveva organizzato? Invano unaltro

grande giornalista e disegnatore di Tuttosport, Carlin Bergoglio, aveva cercato di

persuaderlo: «Non andare, sei ancora malato». «I campioni e lo sport

vanno onoratidegnamente», sosteneva capitan Valentino. La partita non aveva

tradito le attese del pubblico. Del resto, se il Torino era un punto di riferimento

internazionale, anche il prestigio del Benfica era molto alto. I granata avevano

perduto di misura, anche perché la fatica di San Siro non poteva esseresvanita in tre

giorni, ma lo spettacolo offerto sul campo era stato divertente e di buonlivello.

 

Il giorno dopo, sulla Stampa Sera, Luigi Cavallero, che con Casalbore e Tosatti

componeva il terzetto di giornalisti al seguito del Toro, aveva scritto: «Stamane i

granata si sono alzatipresto per prepararsi al ritorno. Tra poche ore

l'aereo, che hatrasportato a Lisbona dirigenti, giocatori e giornalisti,

spiccherà il volo peratterrare all'Aeronautica di Torino, tempo

permettendo, verso le17. Che le nubi ed i venti ci siano propizi e non

facciano troppoballare...»

La mattina del 4, erano infatti giunte dall'Italia notizie pocorassicuranti. Pioveva a

catini, il Po era gonfio come mai negli ultimi 50 anni e tracimava rovinosamente

sulla piana. In migliaia abbandonavano le loro case. Il Fiat G 212, velivolo ad elica

fabbricato solo due anni prima, era decollato in direzione Milano Malpensa, dove i

giocatori avrebbero trovato il celebre "Conte Rosso", il pullmanche sempre li

accompagnava in trasferta. A Barcellona, dove aveva fatto scalo per il

rifornimento, il comandanteMeroni era stato avvertito delle critiche condizioni

meteorologiche di Torino. Eppure, chissà perché, aveva deciso di ignorareil

previsto arrivo a Milano per atterrare proprio nel capoluogo piemontese. Suquesta

decisione fioriranno poi sospetti romanzeschi.

 

Nell'aeroporto catalano i granata avevano incrociato i giocatori del Milan,diretti a

Madrid per affrontare il Real: «Loro erano stravolti - ricorderà il milanista

Carapellese - avevano già avuto un bruttotrasferi-mento da Lisbona a

Barcellona. Parlammodi cose comuni, della loro partita con il Benfica,

della nostra con ilReal Madrid, della rabbia che certamente gli

spagnoli avrebberoavuto per vendicare il 3-1 che l'Italia aveva inflitto

proprio a Madrid allaSpagna qualche tempo prima. Parlammo pochi

minuti poi ciascuno sidiresse verso il proprio aereo».

 

A Montecitorio, la notizia della sciagura arriva mentre è in atto unadiscussione

animata. Immediatamente i lavori vengono sospesi in segno di lutto. Ilpresidente

del Consiglio De Gasperi è in Sardegna. Al posto suo, per Torino parte il

sottosegretario Andreotti. Intanto, la strada per Superga è ormai preda di un

gigantesco ingorgo: centinaia di automobili, migliaia di ciclisti, genteche a piedi

sfida la pioggia. Tutti vogliono constatare di persona, ma tutti, compresii familiari

delle vittime, vengono bloccati ai cancellidella Basilica.

I vigili del fuoco hanno ormai spento gli ultimi, flebili focolai. E'arrivato anche

Vittorio Pozzo. Antica anima granata, conosce e ama quella squadra che anche lui

ha contribuito a formare e che ha trasferito in azzurro quasi in blocconell'ultima

parte della sua epopea azzurra. Dal Torino il vecchio maestro si èdistaccato a causa

di un dissidio personale con Novo, proprio l'uomo che lo ha sostituito alla guida

della Nazionale. Ma i ragazzi no, non c'entrano, per lui sono come figli.

 

Pozzo avanza con passo eretto fra i rottami, incrociando gente che corre,che grida,

che piange.  «Su un latodel terrazzo - ricorderà dieci anni dopo - spazzando

i rottami, qualcunoaveva già disposto quattro o cinque cadaveri.

Erano i corpi, nonmartoriati, di Loik, di Ballarin, di Castigliano... Li

riconobbi, e linominai, sentendo uno dei presenti che aveva dato

un'indicazione errata.Li conoscevo, oltre che dal viso, dagli abiti, dalle

cravatte, da tutto. Fuallora che mi accorsi di un maresciallo dei

carabinieri, che miseguiva e prendeva nota di quanto dicevo.

"Nessuno megliodi lei...", sussurrò, mettendosi sull'attenti. Fu allora,

mentre rovistavo fra iresti di un po' di tutto che giacevano al suolo,

che un uomo più altodi me ed avvolto in un impermeabile, mi mise

una mano sulla spallae mi disse in inglese: 'Your boys", i suoi ragazzi.

Era John Hansen dellaJuventus, accorso fin lassù. Non so se piangessi,

in quel momento. Doposì».

 

Pioggia, nebbia evento, compagni maledetti di quella giornata, non danno

tregua: i morti vengono via via raggruppati sul piccolo piazzale dietro lacanonica e

coperti da un grande telone impermeabile. Quattro di essi sono statiscagliati molto

lontano dal luogo dell'impatto. Ai piedi di Renato Tosatti viene trovata una foto

del Torino edizione '46-47. E' appena bruciacchiata ai margini, solo ilviso di

Castigliano è stato mangiato. Dopo tre ore l'opera di ricomposizione è compiuta:

si decide di trasferire il riconoscimento ufficiale al cimitero di Torino,dove il tragico

corteo arriva alle 21.

 

E' ancora Pozzo, assieme ad altre due persone e a due medici, a farsi carico del

triste compito. L'ex commissario azzurro ha unpaio di cedimenti, ma

procedenell'identificazione. In molti casi si deve riconoscere la salma da un

anello, da un documento, da qualche oggetto personale. Martelli e Maroso,

riconosciuti solo per eliminazione, mettono a dura prova l'animo e lascorza di

Pozzo.

Quella sera, in una casa di Torino, il piccolo Sandro nota uno strano via vai

di gente. In quella casa vive con una donna che non è sua madre, mentre sua

madre è a Cassano d'Adda con il fratellino Ferruccio. A Sandrino nessuno dice

quella sera che suo padre, il grande, generoso, infedele Mazzola, nontornerà mai

più. Il figlio di Ossola, invece, non può avere di questi problemi, visto che è stato

appena concepito. E pensare che suo padre, appresa la lieta novella, eracosì

eccitato che per farlo partire per Lisbona avevano dovuto faticare.

A poche ore dall'incidente, l'Italia ègià in lutto: il Grande Torino era da tempo al di sopra del tifo di parte

e delle beghe di campanile. Eral'orgoglio di tutti; un simbolo della rinascita italiana dopo le piaghe di

guerra; un inno alla gioventù, alla forza, alla lealtà. In un attimo erafinito tutto, per un guasto, un errore o

chissà che altro. L'aereo sembrava ora un'invenzione perversa: Carapellese e Lorenzi, compagni in

azzurro dei granata, non vorranno più salirci, per tutta la vita. Boniperti ricorderà le parole che un giorno

gli disse Loik, durante una trasferta della Nazionale: «Questa - e si riferiva all'aereo - sarà la nostra

bara». Il trauma sarà così forte che un anno più tardi l'Italia partirà per imondiali brasiliani in nave anziché

in aereo. Risultato: durante il viaggio tutti i palloni d'allenamentofiniranno in mare e tutti gli atleti arriveranno

sballottati e fuori forma.

Già, i mondiali: sarebbe stata forse quella

la consacrazione del Grande Torino,

chiamato a difendere in azzurro il titolo

conquistato da Meazza e compagni

nell'ormai lontana ultima edizione del

1938. Giocatori che in tempi normali

avrebbero partecipato a due o tre edizioni

del torneo più prestigioso, non fecero in

tempo a viverne una. Prima laguerra,

poi la morte.

 

Proprio in Brasile, nel 1947, i granata in

tournée avevano lasciato negli occhi della

"torcida" riflessi entusiasmanti. Tanto che

anni dopo il giovane talento Altafini

venne soprannominato "Mazzola". Anche

in occasione della trasferta brasiliana,

peraltro, l'aereo che portava il Torino a Rio

volteggiòpericolosamente per tre

ore su un cielo in burrasca alla ricerca

dell'atterraggio.

 

Il  giorno del funerale, Torino è una

città distrutta: al passaggio delle salme

in molti si inginocchiano singhiozzando,

come se in quelle bare ognuno avesse

lasciato un pezzo della propria giovinezza.

Carlin, su Tuttosport, riferisce il toccante

discorso del presidente federale Barassi:

«Egli aveva parlatoagli atleti

racchiusi tutt'intorno(sorridevano

i loro ritratti sullebare) come se

sentissero, e ci eraparso

veramente chesentissero. Aveva

assegnato ad essi,ufficialmente, il

quinto scudettoconsecutivo, li

aveva premiatisimbolicamente per

nome, uno per uno,chiamando

anche i giornalisti, idirigenti, gli

uominidell'equipaggio, infine aveva

ancora chiamatoMazzola: "La vedi

questa bella Coppa? (edisegnava

con le braccia aperteuna gran

coppa nell'aria). Lavedi com'è

bella? E' per te, èper voi. E' molto

grande, è più grandedi questa

stanza, è grande comeil mondo: e

dentro ci sono inostri cuori».

Una vicino all'altra, le bare di Bacigalupo,

Martelli e Rigamonti, quelli del "trio Nizza",

com'erano chiamati dalla via in cui

abitavano. «Noi tre dobbiamo morire

insieme - diceva Rigamonti - perché

siamo troppo amici; etu Martelli,

che sei piccolo, tiporteremo in

tasca dal SignoreIddio».

«Siamo vecchi torinesi - annota ancora Carlin - ma nonricordiamo di aver mai visto nulla di

simile, una unanimitàcosì commossa, una vibrazione così profonda».

Salutato il Grande Torino, il calcio italiano non ritroverà più per anni unmodello di squadra così compatta e

vincente. Anzi, di lì in poi salirà alla ribalta un ben diverso stereotipodi calciatore italico: il bambino

viziato, superpagato,isterico, individualista, refrattario al sacrificio.

La gente conserverà la passione per il calcio, ma perderà in buona misura la stima del calciatore. La

Nazionale, infarcita di oriundi poco interessati alla causa, passerà da unadelusione all'altra. Ci vorràl'Inter

di Moratti ed Herreraper riportare il nostro calcio alla gloria. E nella notte diVienna, 27 maggio

1964, i nerazzurri vinceranno la loro prima Coppa dei Campioni ai danni delleggendario Real Madrid con due

reti di Sandro Mazzola.

 

Al termine della gara, un ormai invecchiatoPuskas, che da ragazzino, in un'Italia-Ungheria del 1947,

aveva incrociato la sua rotta con gli uomini del Grande Torino, si sfileràla maglia a la donerà a Sandrino: «Ho

conosciuto tuo padre - gli dirà - e oggi ho capito che tu seidegno di lui».

La sciagura di Superga, nell'immaginazione popolare, rese eroi immortali i componenti di quella

squadra. Si seppe poi che Novo, notando degli scricchiolii nella macchina perfetta che aveva costruito,

aveva in mente dei ritocchi sostanziali. Esistevano già trattative per ilmilanista Annovazzi e per uno

scambio fra Castigliano e il centrocampista dell'Inter Campatelli. Inoltre, si ipotizzava un futurorimpiazzo

di Loik, apparso fra i più logori, e dell'anziano Gabetto.

Ma chissà con quale rammarico il presidentissimo si sarebbe separato daisuoi ragazzi. Raccontano che da

quando il fato glieli strappò d'un colpo, Novo si perse nel dolore. Aveva azzeccato tutto prima, sbagliò

tutto dopo. Come se ai piedi della Basilica fosse rimasta anche la suaanima..

 

Testo di MarcoFilacchione

http://www.storiedicalcio.altervista.org/images/cats_02.jpg

grandidrammi
Sono le 17 del 14 maggio 1949: sischianta l'aereo con a bordo il Grande Torino: si consuma la più grandetragedia del calcio italiano.

Sono le diciassette di una brutta giornata d'inizio maggio. Torino, cosìcome buona parte dell'Italia del

Nord, è avvolta in una straordinaria cappa di maltempo. Il muratoreAmilcare Rocco, che abita a un

tiro di schioppo dalla cima di Superga, sente un rombo divenire via viasempre più forte fino a farsi

assordante. Il fragore che gli passa in un lampo sopra la testa sitrasforma subito dopo in un tonfo

sinistro. L'uomo esce di casa, solcando la cortina di nebbia. Sulla stradaincrocia alcuni contadini della

zona, tutti usciti per lo stesso motivo. Correndo sgomenti verso labasilica che domina il colle, gli

uomini scorgono sempre più nitido il profilo scomposto di una carlinga,sormontata da una colonna di

fumo nero.

Il cappellano, don Tancredi Ricca, è già lì che si aggira tra miseri resti di corpi umani, sparsi tralamiere

arroventate e focolai di incendio. Capisce ben presto che per quelle povere anime non si può che pregare.

Il giardino che sorge ai piedi della basilica è delimitato da un poderosobastione: proprio contro di esso si era

schiantato l'aereo, un Fiat G 212, provocando un foro circolare di quattro metri di diametro e proiettandosi

poi sulla spianata.

 

Nel frattempo, poco distante, al campo dell'Aeritalia, ci si comincia apreoccupare: perché ancora non si

sente il rumore del G212? E perché dalla radiodel velivolo nessuno risponde più? L'ultimo contatto è

avvenuto qualche minuto prima: «Visibilità zero - aveva scandito in Morse ilradiotelegrafista del campo -

se volete atterraredovete volare alla cieca».

In quel momento l'aereo era già in vista di Torino. In vista si fa perdire, perché in realtà viaggiava sballottato

fra nubi nerissime e raffiche di vento. Ma dopo qualche attimo di silenzio, la risposta proveniente

dall'aria aveva sciolto ogni dubbio sulle intenzioni del comandante: «Quota duemila, tagliamo su

Superga». Il volo sopra il colle era un fatto abituale per chi si preparavaall'atterraggio. Erano le 16,58: di lì a

poco si sarebbe compreso il tragicoerrore, causato forse da un guasto delle apparecchiature di bordo:

credendosi a duemila metri di altezza, il pilota viaggiava invece a pocopiù di duecento. Non stava sorvolando

la collina di Superga, stava percolpirla in pieno.


Contrariamente agli addetti dell'Aeritalia, i clienti del

ristorante di Superga hanno invece già percepito i

contorni del dramma. Anche lorohanno sentito il

rombo e il tonfo, e dopo pochissimo un uomo

proveniente in automobile dal luogo della sciagura li ha

messi al corrente dell'accaduto. Una decina di minuti

dopo le diciassette la notizia corre via telefono dal

ristorante a Torino, da dove partono tredici

ambulanze, vigili delfuoco e polizia.

 

Sul colle, attorno alle salme, si continua a rovistare. Alcuni

dei corpi sono quasi completamente svestiti per l'urto.

Alcuni non hanno più volto. Valigie e pacchi regalo sono

sparsi d'intorno. A un tratto qualcuno scorge due

maglie di coloregranata con lo scudetto

tricolore e la verità passa davanti alle menti in un baleno:

«E' il Torino! E'l'aereo del Torino che tornava da

Lisbona!». La stessa verità che viene urlata di lì a poco in

tutta Italia. E da tutta Italia risponde un mare di telefonate

a giornali, vigili del fuoco, Aeronautica: «Ma è proprio

vero? Sono loro? Sonomorti proprio tutti?». I

quotidiani della sera, usciti poco dopo in edizione

straordinaria, vengono letteralmente strappati di mano

agli strilloni.


Già: al cospetto della Basilica diSuperga, quella sera del 4 maggio 1949, si

era immolata una squadraleggendaria, capace di dominare il calcio italiano

come mai più sarebbe accaduto. Una squadra e una società assurti a modello

assoluto e intoccabile. E proprio il grande prestigio internazionalesarebbe stato

indiretto motivo della rovina. La scintilla era scoccata nel febbraioprecedente,

quando l'Italia marcata Torino vinsefacile, 4 a 1, con il Portogallo.

Era quella la prima esperienza del dopo-Pozzo: il ciclo del vecchio alpino,

straordinario artefice dei massimi successi, era giunto al tramonto.

 

La Nazionale era stata affidata a una commissione tecnica federalepresieduta da

Ferruccio Novo, vale a dire il presidentedel Torino. Proprio in quell'

occasione, il capitano del Portogallo, Ferreira, in cerca di un grande partner per la

sua partita d'addio, convinse Valentino Mazzola a portare il Torino a Lisbona,

per giocare contro il suo Benfica nel maggio successivo.

 

Novo si era subitomostrato in disaccordo con la promessa fatta dal suo

capitano. La trasferta lusitana si incrociava infatti con il finale dicampionato e,

anche se il Toro era in testa per l'ennesimo anno, gli avversariincalzavano e le

distrazioni potevano risultare pericolose. «Va bene - aveva detto Mazzola -

facciamo così: se aSan Siro contro l'Inter non perderemo, andremo in

Portogallo». Novo aveva accettato: del resto non perdere a Milano avrebbe

significato scudetto pressoché sicuro, con i nerazzurri tenuti a cinquepunti con

sole quattro partite da giocare.

 

Non erano più di primo pelo le colonne storiche di quella macchina micidiale.

Mazzola, Loik, Menti e Grezar avevano toccato la sponda dei trent'anni,

Gabetto era già sui trentatré. Gli altri erano più giovani ma sulle loro spalle

pesavano quattro campionati consecutivia far da lepri irraggiungibili.

Sicché la minaccia di quell'Inter, che dopo la guerra aveva smesso di chiamarsi

"autarchicamente" Ambrosiana per riappropriarsi del suo vecchionome, era

parsa quanto maifondata.

 

San Siro traboccava per la partita più importante del campionato. Finalmente

c'era la possibilità di mettere paura a quegli undici marziani, che l'anno prima

avevano vinto il campionato con sedici punti di vantaggio sulla seconda.L'Inter

calava il suo tris d'attacco, formato da Nyers, Amadei e Lorenzi (in tre

andarono a segno quell'anno 65 volte). Una trazione anteriore formidabile.Il Toro

doveva lasciare in tribuna un febbricitante Mazzola e non era certo una

prospettiva gradevole fare a meno del superuomo, dell'atleta capace didispensare

saggezza, potenza e meraviglie tecniche in ogni parte del campo.

 

Ma alla fine, la missione fu compiuta: 0 a 0, con qualche patema.

La strada era ormai in discesa fino alla fine. «Nell'ora del pericolo - scrisse

quel giorno il direttore di Tuttosport, Renato Casalbore - la squadra granata ha

svelato una potentefreschezza atletica e anche questi sono segni

della classe di unasquadra; voglio dire: saper essere

tempestivamente almomento giusto, sempre aderenti alla situazione.

Ed era una situazionedifficile per il Torino. Domani i campioni

partono per Lisbona».

Partono, annotò Casalbore. In realtà avrebbe dovuto scrivere "partiamo", perché

sull'aereo dei granata, il 2 maggio, stava per imbarcarsi anche lui.Intorno a

quell'aereo, a dire il vero, si svolse una singolare danza di appuntamenti mancati

o centrati in extremis: il giovane granata Giuliano, per esempio, che già da un

po' bazzicava la comitiva dei "grandi", fu bloccato da problemidi passaporto e lasciò

il posto proprio a Casalbore. A terra rimase anche Gandolfi, il portiere di riserva

che presentatosi all'aeroporto scoprì con dispetto che al suo posto erastato

convocato Dino Ballarin, fratello minore di Aldo.

 

Così come restarono in Italia Nicolò Carosio e Ferruccio Novo: la "voce" del

calcio italiano era inizialmente della partita, ma la prima Comunione delfiglio lo

convinse a rinunciare in favore di Renato Tosatti, della Gazzetta del Popolo. Novo,

invece, era a letto malato. E infine, non partì uno dei rincalzi, Sauro Toma:

qualche giorno prima, vittima di una distorsione, si era fatto visitareinsieme con

Maroso. Per Lisbona il medico bloccò Toma e diede via libera a Maroso. Peraltro,il

fine terzino sinistro, che ad appena 24 anni aveva già le stimmate del

fuoriclasse, sarebbe partito solo per ingrossare la schiera dei rincalzi.

 

Neanche Mazzola era ancora del tutto guarito dalla sua influenza, ma come poteva

rinunciare a quella trasferta che proprio lui aveva organizzato? Invano unaltro

grande giornalista e disegnatore di Tuttosport, Carlin Bergoglio, aveva cercato di

persuaderlo: «Non andare, sei ancora malato». «I campioni e lo sport

vanno onoratidegnamente», sosteneva capitan Valentino. La partita non aveva

tradito le attese del pubblico. Del resto, se il Torino era un punto di riferimento

internazionale, anche il prestigio del Benfica era molto alto. I granata avevano

perduto di misura, anche perché la fatica di San Siro non poteva esseresvanita in tre

giorni, ma lo spettacolo offerto sul campo era stato divertente e di buonlivello.

 

Il giorno dopo, sulla Stampa Sera, Luigi Cavallero, che con Casalbore e Tosatti

componeva il terzetto di giornalisti al seguito del Toro, aveva scritto: «Stamane i

granata si sono alzatipresto per prepararsi al ritorno. Tra poche ore

l'aereo, che hatrasportato a Lisbona dirigenti, giocatori e giornalisti,

spiccherà il volo peratterrare all'Aeronautica di Torino, tempo

permettendo, verso le17. Che le nubi ed i venti ci siano propizi e non

facciano troppoballare...».

Testo di Marco Filacchione

 

http://www.storiedicalcio.altervista.org/images/Torino_Grande_color.jpg

http://www.storiedicalcio.altervista.org/images/torino_tragedia_superga_0549.png

Unurto nella nebbia
eil grande Torino non c'è più

La mattina del 4, erano infatti giunte dall'Italia notizie pocorassicuranti. Pioveva a

catini, il Po era gonfio come mai negli ultimi 50 anni e tracimava rovinosamente

sulla piana. In migliaia abbandonavano le loro case. Il Fiat G 212, velivolo ad elica

fabbricato solo due anni prima, era decollato in direzione Milano Malpensa, dove i

giocatori avrebbero trovato il celebre "Conte Rosso", il pullmanche sempre li

accompagnava in trasferta. A Barcellona, dove aveva fatto scalo per il

rifornimento, il comandanteMeroni era stato avvertito delle critiche condizioni

meteorologiche di Torino. Eppure, chissà perché, aveva deciso di ignorareil

previsto arrivo a Milano per atterrare proprio nel capoluogo piemontese. Suquesta

decisione fioriranno poi sospetti romanzeschi.

 

Nell'aeroporto catalano i granata avevano incrociato i giocatori del Milan,diretti a

Madrid per affrontare il Real: «Loro erano stravolti - ricorderà il milanista

Carapellese - avevano già avuto un brutto trasferi-mentoda Lisbona a

Barcellona. Parlammodi cose comuni, della loro partita con il Benfica,

della nostra con ilReal Madrid, della rabbia che certamente gli

spagnoli avrebberoavuto per vendicare il 3-1 che l'Italia aveva inflitto

proprio a Madrid allaSpagna qualche tempo prima. Parlammo pochi

minuti poi ciascuno sidiresse verso il proprio aereo».

 

A Montecitorio, la notizia della sciagura arriva mentre è in atto unadiscussione

animata. Immediatamente i lavori vengono sospesi in segno di lutto. Ilpresidente

del Consiglio De Gasperi è in Sardegna. Al posto suo, per Torino parte il

sottosegretario Andreotti. Intanto, la strada per Superga è ormai preda di un

gigantesco ingorgo: centinaia di automobili, migliaia di ciclisti, gente chea piedi

sfida la pioggia. Tutti vogliono constatare di persona, ma tutti, compresii familiari

delle vittime, vengono bloccati ai cancellidella Basilica.

I vigili del fuoco hanno ormai spento gli ultimi, flebili focolai. E'arrivato anche

Vittorio Pozzo. Antica anima granata, conosce e ama quella squadra che anche lui

ha contribuito a formare e che ha trasferito in azzurro quasi in blocconell'ultima

parte della sua epopea azzurra. Dal Torino il vecchio maestro si èdistaccato a causa

di un dissidio personale con Novo, proprio l'uomo che lo ha sostituito alla guida

della Nazionale. Ma i ragazzi no, non c'entrano, per lui sono come figli.

 

Pozzo avanza con passo eretto fra i rottami, incrociando gente che corre,che grida,

che piange.  «Su un latodel terrazzo - ricorderà dieci anni dopo - spazzando

i rottami, qualcunoaveva già disposto quattro o cinque cadaveri.

Erano i corpi, nonmartoriati, di Loik, di Ballarin, di Castigliano... Li

riconobbi, e linominai, sentendo uno dei presenti che aveva dato

un'indicazione errata.Li conoscevo, oltre che dal viso, dagli abiti, dalle

cravatte, da tutto. Fuallora che mi accorsi di un maresciallo dei

carabinieri, che miseguiva e prendeva nota di quanto dicevo.

"Nessuno megliodi lei...", sussurrò, mettendosi sull'attenti. Fu allora,

mentre rovistavo fra iresti di un po' di tutto che giacevano al suolo,

che un uomo più altodi me ed avvolto in un impermeabile, mi mise

una mano sulla spallae mi disse in inglese: 'Your boys", i suoi ragazzi.

Era John Hansen dellaJuventus, accorso fin lassù. Non so se piangessi,

in quel momento. Doposì».

 

Pioggia, nebbia evento, compagni maledetti di quella giornata, non danno

tregua: i morti vengono via via raggruppati sul piccolo piazzale dietro lacanonica e

coperti da un grande telone impermeabile. Quattro di essi sono statiscagliati molto

lontano dal luogo dell'impatto. Ai piedi di Renato Tosatti viene trovata una foto

del Torino edizione '46-47. E' appena bruciacchiata ai margini, solo ilviso di

Castigliano è stato mangiato. Dopo tre ore l'opera di ricomposizione è compiuta:

si decide di trasferire il riconoscimento ufficiale al cimitero di Torino,dove il tragico

corteo arriva alle 21.

 

E' ancora Pozzo, assieme ad altre due persone e a due medici, a farsi carico del

triste compito. L'ex commissario azzurro ha unpaio di cedimenti, ma

procedenell'identificazione. In molti casi si deve riconoscere la salma da un

anello, da un documento, da qualche oggetto personale. Martelli e Maroso,

riconosciuti solo per eliminazione, mettono a dura prova l'animo e lascorza di

Pozzo.

Quella sera, in una casa di Torino, il piccolo Sandro nota uno strano via vai

di gente. In quella casa vive con una donna che non è sua madre, mentre sua

madre è a Cassano d'Adda con il fratellino Ferruccio. A Sandrino nessuno dice

quella sera che suo padre, il grande, generoso, infedele Mazzola, nontornerà mai

più. Il figlio di Ossola, invece, non può avere di questi problemi, visto che è stato

appena concepito. E pensare che suo padre, appresa la lieta novella, eracosì

eccitato che per farlo partire per Lisbona avevano dovuto faticare.

A poche ore dall'incidente, l'Italia ègià in lutto: il Grande Torino era da tempo al di sopra del tifo di parte

e delle beghe di campanile. Eral'orgoglio di tutti; un simbolo della rinascita italiana dopo le piaghe di

guerra; un inno alla gioventù, alla forza, alla lealtà. In un attimo erafinito tutto, per un guasto, un errore o

chissà che altro. L'aereo sembrava ora un'invenzione perversa: Carapellese e Lorenzi, compagni in

azzurro dei granata, non vorranno più salirci, per tutta la vita. Boniperti ricorderà le parole che un giorno

gli disse Loik, durante una trasferta della Nazionale: «Questa - e si riferiva all'aereo - sarà la nostra

bara». Il trauma sarà così forte che un anno più tardi l'Italia partirà per imondiali brasiliani in nave anziché

in aereo. Risultato: durante il viaggio tutti i palloni d'allenamentofiniranno in mare e tutti gli atleti arriveranno

sballottati e fuori forma.

«Siamo vecchi torinesi - annota ancora Carlin - ma nonricordiamo di aver mai visto nulla di

simile, una unanimitàcosì commossa, una vibrazione così profonda».

Salutato il Grande Torino, il calcio italiano non ritroverà più per anni unmodello di squadra così compatta e

vincente. Anzi, di lì in poi salirà alla ribalta un ben diverso stereotipodi calciatore italico: il bambino

viziato, superpagato,isterico, individualista, refrattario al sacrificio.

La gente conserverà la passione per il calcio, ma perderà in buona misura la stima del calciatore. La

Nazionale, infarcita di oriundi poco interessati alla causa, passerà da unadelusione all'altra. Ci vorràl'Inter

di Moratti ed Herreraper riportare il nostro calcio alla gloria. E nella notte diVienna, 27 maggio

1964, i nerazzurri vinceranno la loro prima Coppa dei Campioni ai danni delleggendario Real Madrid con due

reti di Sandro Mazzola.

 

Al termine della gara, un ormai invecchiatoPuskas, che da ragazzino, in un'Italia-Ungheria del 1947,

aveva incrociato la sua rotta con gli uomini del Grande Torino, si sfileràla maglia a la donerà a Sandrino: «Ho

conosciuto tuo padre - gli dirà - e oggi ho capito che tu seidegno di lui».

La sciagura di Superga, nell'immaginazione popolare, rese eroi immortali i componenti di quella

squadra. Si seppe poi che Novo, notando degli scricchiolii nella macchina perfetta che aveva costruito,

aveva in mente dei ritocchi sostanziali. Esistevano già trattative per ilmilanista Annovazzi e per uno

scambio fra Castigliano e il centrocampista dell'Inter Campatelli. Inoltre, si ipotizzava un futurorimpiazzo

di Loik, apparso fra i più logori, e dell'anziano Gabetto.

Ma chissà con quale rammarico il presidentissimo si sarebbe separato daisuoi ragazzi. Raccontano che da

quando il fato glieli strappò d'un colpo, Novo si perse nel dolore. Aveva azzeccato tutto prima, sbagliò

tutto dopo. Come se ai piedi della Basilica fosse rimasta anche la suaanima..

1) L'ultima partita delToro a Lisbona, scambio di gagliardetti tra Mazzola e Ferreira.
2) e 3) le immagini del disastro

Già, i mondiali: sarebbe stata forse quella

la consacrazione del Grande Torino,

chiamato a difendere in azzurro il titolo

conquistato da Meazza e compagni

nell'ormai lontana ultima edizione del

1938. Giocatori che in tempi normali

avrebbero partecipato a due o tre edizioni

del torneo più prestigioso, non fecero in

tempo a viverne una. Prima laguerra,

poi la morte.

 

Proprio in Brasile, nel 1947, i granata in

tournée avevano lasciato negli occhi della

"torcida" riflessi entusiasmanti. Tanto che

anni dopo il giovane talento Altafini

venne soprannominato "Mazzola". Anche

in occasione della trasferta brasiliana,

peraltro, l'aereo che portava il Torino a Rio

volteggiòpericolosamente per tre

ore su un cielo in burrasca alla ricerca

dell'atterraggio.

 

Il  giorno del funerale, Torino è una

città distrutta: al passaggio delle salme

in molti si inginocchiano singhiozzando,

come se in quelle bare ognuno avesse

lasciato un pezzo della propria giovinezza.

Carlin, su Tuttosport, riferisce il toccante

discorso del presidente federale Barassi:

«Egli aveva parlatoagli atleti

racchiusi tutt'intorno(sorridevano

i loro ritratti sullebare) come se

sentissero, e ci eraparso

veramente chesentissero. Aveva

assegnato ad essi,ufficialmente, il

quinto scudettoconsecutivo, li

aveva premiatisimbolicamente per

nome, uno per uno,chiamando

anche i giornalisti, idirigenti, gli

uominidell'equipaggio, infine aveva

ancora chiamatoMazzola: "La vedi

questa bella Coppa? (edisegnava

con le braccia aperteuna gran

coppa nell'aria). Lavedi com'è

bella? E' per te, èper voi. E' molto

grande, è più grandedi questa

stanza, è grande comeil mondo: e

dentro ci sono inostri cuori».

Una vicino all'altra, le bare di Bacigalupo,

Martelli e Rigamonti, quelli del "trio Nizza",

com'erano chiamati dalla via in cui

abitavano. «Noi tre dobbiamo morire

insieme - diceva Rigamonti - perché

siamo troppo amici; etu Martelli,

che sei piccolo, tiporteremo in

tasca dal SignoreIddio».

 

Quel giorno ci lasciarono...

Giocatori

Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Emile Bongiorni, EusebioCastigliano, Rubens Fadini,

Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, VirgilioMaroso, Danilo Martelli, Valentino

Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, GiulioSchubert

Dirigenti

Arnaldo Agnisetta, Ippolito Civalleri

Allenatori

Egri Erbstein, Leslie Levesley

Giornalisti

Renato Casalbore, Renato Tosatti, Luigi Cavallero

Equipaggio

Pierluigi Meroni, Celeste D’Inca, Celeste Biancardi, Antonio Pangrazi


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2 maggio 2014
LA CONFERENZA DI MESSINA, AGLI ALBORI DELL'EUROPA UNITA.
Di: Antonio MARTINO.
La Conferenza di Messina e la U.E.

Il 1° e 2 giugno del 1955, su iniziativa del ministro degli esteri italiano, si riunirono a Messina i ministri degli esteri della Comunità europea del carbone e dell’acciaio.. La ragione di quell’incontro era semplice: la mancata ratifica del Trattato istitutivo della CED da parte del Parlamento francese l’anno prima aveva impensierito tutti gli europeisti. Bisognava trovare il modo di fare uscire l’Europa dell’impasse.
Gli obiettivi dei sei erano chiarissimi: avendo vissuto la drammatica esperienza delle due guerre mondiali e la conseguente scomparsa dell’Europa dal contesto internazionale, volevano assicurarsi che catastrofi simili non avessero a ripetersi e che l’Europa tornasse a far sentire la propria voce, una sola, nella politica del mondo.
Presero atto che, dato lo smacco dell’anno precedente, puntare subito all’unione politica sarebbe stato velleitario, decisero quindi di optare sull’integrazione economica sia perché desiderabile in sé sia come via per raggiungere, quando i tempi fossero stati maturi, l’agognata unità politica.
L’obiettivo della pace, che aveva ispirato le conferenze di Messina del 1955 e di Venezia del 1956 e il Trattato di Roma del 1957, è senza dubbio stato realizzato. Così come l’apertura dei mercati nazionali alla concorrenza ha prodotti i suoi frutti, favorendo lo sviluppo. 
Come mai allora ci troviamo a dover fronteggiare questo diffuso e crescente scetticismo nei confronti dell’integrazione europea? E’ mia convinzione che la causa debba essere individuata nelle troppe cose fatte in nome dell’Europa che in realtà non hanno alcuna giustificazione. Mi limiterò a fare un solo esempio.
I cinquanta stati degli USA adoperano tutti la stessa moneta ma ognuno di essi è perfettamente libero di perseguire la politica tributaria e di bilancio che ritiene più adatta. In Texas, per esempio, non esiste l’imposta statale sul reddito, l’economia dello stato è prospera e in crescita e le finanze statali sono in ordine. Il tasso d’interesse sui titoli dello stato è basso.
In California, invece, la spesa pubblica è cresciuta a dismisura, il disavanzo è notevole, l’economia dello stato langue e molti californiani si trasferiscono in Texas per trovare lavoro. Le finanze dello stato sono in disordine e il tasso d’interesse corrisposto agli acquirenti di titoli pubblici è alto. La parola “spread” è inglese ma non conosco un solo americano che si sia mai preoccupato della differenza fra i tassi californiani e quelli texani.
A nessuno verrebbe in mente che, se la California non riesce a collocare titoli sul mercato, debbano essere i texani a farlo; né mai nessuno ha mai immaginato che sarebbe il governo federale a doverlo fare, o che la Fed dovrebbe monetizzare il debito della California. Se quest’ultima non riesce a indebitarsi, fallisce e quanti hanno acquistato i suoi titoli restano con un pugno di mosche.
Perché quello che funziona per gli Stati Uniti, che peraltro hanno un governo federale, non dovrebbe andar bene per l’Europa, che è ben lungi dall’averne uno? Il fiscal compact è il frutto di idee economiche errate, di una visione infondata dell’unità europea e della pretesa di cancellare la sovranità degli stati membri della UE.

Benedetto XV era convinto che la prova dell’origine divina della Chiesa sia offerta dal fatto che il clero non è riuscito a distruggerla. La bontà dell’ideale europeo dei padri fondatori va cercata che le nefandezze commesse in nome dell’Europa non siano ancora riuscite a cancellarlo del tutto. Tuttavia, mentre Cristo ha promesso immortalità alla Chiesa, nessuno ha fatto lo stessa per l’ideale europeo. Chi in esso crede ha, oggi più che mai, il dovere di opporsi alle degenerazioni perpetrate dalla UE.
2 maggio 2014
BERTOT: Glia Appuntamenti nel Nord-Ovest. SAVE THE DATE.

Domenica 4 maggio 2014

Merenda per brindare al futuro del nostro Piemonte e dell'Europa

L'Onorevole Fabrizio Bertot candidato alle Elezioni Europee per Forza Italia Vi aspetta Domenica 4 Maggio 2014 a partire dalle ore 16.00 alla Tenuta Roletto - Via Porta Pisa 69/71 a Cuceglio per trascorrere qualche ora in libertà, con famiglie e cambini brindando al futuro del nostro Piemonte e dell'Europa.

Clicca per accedere alla pagina-evento su Facebook

 

Lunedi 5 maggio 2014

Sfide europee: Cavour

L'attività al Parlamento Europeo come risorsa per il nostro territorio. Incontro pubblico a Cavour, in Via Vigone 3, presso la Sala Polivalente del Bocciodromo di Cavour

Clicca per accedere alla pagina-evento su Facebook

 

Sabato 10 Maggio 2014

Sfide Europee: San Damiano al Colle (Pavia)

L'Onorevole Fabrizio Bertot incontra Cittadini, Consiglieri e Amministratori della Provincia di Pavia alle ore 10.30 di Sabato 10 Maggio 2014 presso locale comunale SAYONARA, Piazza Dellapè di San Damiano al Colle. Seguirà, verso le 12.00, un rinfresco.

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2 maggio 2014
L'AVANZATA DEGLI EUROSCETTICI.

Di: Galgano PALAFERRI

 

Fra poco meno di un mese, al VOTO per rinnovare il Parlamento Europeo.

Sarà un appuntamento importantissimo, xchè dall'esito del voto saprevo di che Europa dovremo morire.

Per la prima volta gli EUROSCETTICI rischiano davvero di fare BOOM e di sconvolgere i fragili equilibri su cui si è retto il Prlamento fino ad ora, una sorta di volemose bene tr i due maggiori partiti europei, quello popolare e quello socialista.

La posta in gioco è davvero alta. La fiducia in questa europa, così diversa da come la immaginarono i padri fondatori, assolutamente illiberale e antidemocratica, davvero ai minimi storici.

La crisi, lo strapotere della Merkel, una Europa sempre più a Trazione germanocentrica, non piace a nessuno.

La crisi che attanaglia molti paesi dell'U.E., così stando le cose, rischia di essere ancora lunga.

Dunque si impone da subito un cambio di strategia: MENO EUROPA IN ITALIA, PIU' ITALIA IN EUROPA.

Il Giornale dediica agli EUROSCETTICI una serie di articoli che potrete trovale a questo

link

In Italia, i più Euroscettici, I FRATELLI d'ITALIA e il Movimento 5 Stelle.

Ma anche in Forza Italia non tutti sono così pro questa Europa.

Se non Euroscettici, sicuramente Eurocritici.

Da Fabrizio BERTOT, Europarlamentare Uscente, già sindaco di Rivarolo, animatore dell'Associazione l'Officina delle Idee, 

link

SUSY DE MARTINI, anch'essa Europarlamentare Ucente che non fa mistero della sua avversione totale a questa Europa, al punto che ha aderito all'ECR, il gruppo dei Liberali Conservatori Riformatori (di CAMERUN)

link

A loro, candidati nel Nord Ovest l'appoggio convistodell'Unione per le Libertà

Da segnalare, sempre nelle liste di FORZA ITALIA, per il Parlamento Europeo, nella Circoscrizione centro, un'altro candidato LIBERALE, Paolo GUZZANTI.

Anche a lui il nostro più sincero in bocca al lupo.

Ma avremo modo, prima delle Elezioni, di tornare a parlare d'Europa.

Galgano PALAFERRI

::::::::::::::::::::::::::::::::::

Di seguito tutti i candidati di FORZA ITALIA: link

politica interna
15 luglio 2011
http://confcontribuenti.piemonte.over-blog.it/article-martino-i-tagli-alle-tasse-dimenticati-e-da-socialisti-stare-nel-pdl-non-ha-piu-senso-79500398.html

E
 A QUESTO PUNTO, AGGIUNGO IO, CHE LA RIVOLUZIONE, LIBERALE, QUELLA VERA, ABBIA INIZIO!!!

 .........


ROMA - «Anche le formiche nel loro piccolo si adirano».


«I tagli alle tasse dimenticati. È da socialisti» .

 

RIPRODUCIAMO UNA INTERESSANTA INTERVISTA USCITA SUL CORSERA DI QUESTA MATTINA AL GIA' MINISTRO ANTONIO MARTINO, UNO DEI PUNTI DI RIFERIMENTO DEI LIBERALI ITALIANI (quelli veri!). 

ASSOLUTAMENTE DA RIMARCARE QUANDO DICE, TESTUALE: 

<<Sono appena stato da Berlusconi e gli ho detto che per me restare nel Pdl non ha più senso>>.

........

Da "Il Corriere della Sera" di venerdì 15 luglio 2011

L'INTERVISTA ad Antonio MARTINO.

L`ex ministro Martino: "gli unici liberali sono Galan e Crosetto" 

 

Non faccia il modesto, onorevole Antonio Martino. Lei è un ex ministro...

Cosa pensa di questa manovra, che ai parlamentari non toglie un euro?

 

«Questa storia che io farei parte dei ricchi, l`uno per cento della popolazione, non mi convince. Ho la stessa automobile, la stessa casa e la stessa moglie da moltissimi anni. Però mi chiedo che senso abbia tassare l`altro 99 per cento perché io possa avere gratis le medicine dal servizio sanitario nazionale».

 

La casta non paga dazio. La lobby degli avvocati parlamentari è riuscita a stoppare l`emendamento che aboliva esame di Stato e ordini professionali.


«1 gruppi organizzati hanno sempre la meglio sull`interesse generale. È una cosa tristissima, il governo ha fatto marcia indietro perché vive di consenso.

Ma le sembra giusto che chi ha lo yacht, la villa al mare e l`amante risulta più povero di me? Oppure che il meccanico, con le sue tasse, debba pagare l`università all`aspirante avvocato?».

 

Ma dove sono i liberali del Pdl?

 

«Sono appena stato da Berlusconi e gli ho detto che per me restare nel Pdl non ha più senso.

Sul mio blog i liberali veri mi dicono "lei che ci sta fare con un governo di pazzi socialisti?". I no- stri elettori sono furibondi. Gli unici liberali rimasti sono Galan e Crosetto.

Non sarà un caso se in questo governo i socialisti sono la maggioranza.

Sacconi, Brunetta...».

 

E Tremonti?

 

«Nega, ma è socialista pure lui. E dire che dal `94 Berlusconi ha combattuto tutte le campagne elettorali con coerenza, sulla base di un programma che prometteva di abbassare il carico fiscale. Invece non se ne è fatto nulla».

 

Più tasse, pensioni più leggere e rispunta anche il ticket...

 

«Questa manovra è l`ennesima porcheria, colpisce la povera gente e anche il popolo delle partite Iva. Avevamo promesso che gli avremmo abbassato le tasse e invece muoiono come le mosche. Tremonti crede che le spese discrezionali sono inutili, ma non è così. Se non si fa manutenzione agli elicotteri dell`esercito si rischia di uccídere qualche militare, come è succes- Si colpiscono la gente povera e le partite Iva Il problema e che abbiamo un sistema ~~ e assurdo Ex ministro Antonio Martino, 69 anni so in Francia».

 

Lei cosa avrebbe fatto, al posto di Tremonti?

 

«Il nostro problema è la normale fisiologia di un sistema sbagliato, non la patologia di un sistema sano da curare con la medicina annuale della manovra.

Abbiamo un sistema fiscale assurdo.

Ire, Ires e Irap fruttano il 14,6% del reddito nazionale, non sarebbe più sensata una sola aliquota del 20%? La colpa del mancato gettito non è tanto dell`evasione fiscale, ma di elusione ed erosione. Posso dire una cosa che mi provocherà molti nemici?».

 

La dica.

 

«Quando il genio di Sondrio aprì il suo studio di tributarista, solo nel primo anno fece erodere ai suoi clienti, in modo legale, base imponibile per 6oo miliardi di lire. Il che, tradotto in parcelle, vuol dire qualcosa come tre miliardi».

M.Gu.

politica interna
10 luglio 2011
PER LA RIVOLUZIONE.LIBERALE. APPELLO AI "PRODUTTIVI".

PER LA RIVOLUZIONE.LIBERALE. APPELLO AI "PRODUTTIVI".

PER LA RIVOLUZIONE.LIBERALE. APPELLO AI "PRODUTTIVI".

 

Cambiare tutto per non cambiare nulla? Basterà veramente ALFANO  per farlo? Ci credete per davvero, voi?  

Basta con un centro-destra sedicente liberale, ma in realtà, coi vari Tremonti, Sacconi, Brunetta, iper-statalista.

Basta con un'opposizione che di liberale ha ben poco, visto storia e tradizione, anch'esso statalista, giustizialista, con venature corporative e di difesa delle caste (le loro, al pari del centro-destra), basta con un centro di baciapile, solidarista, senza una vera strategia, molto "asino di Buridano" (ve lo ricordate?), dove spiccano le maestrine del giorno dopo, o i falliti del giorno prima.

OCCORRE UN NUOVO CENTRO.DESTRA (se ha ancora un senso definirci così), DICHIARATAMENTE E FORTEMENTE LIBERALE, LIBERISTA E LIBERTARIO. Che faccia della vera RIVOLUZIONE LIBERALE (quella del 1994, per intenderci!) LA PROPRIA RAGION D'ESSERE E DI LOTTA, DI GIORNO E DI NOTTE, FINO ALLA LIBERAZIONE DI QUESTA NOSTRA ITALIA DALLO STATO.

Basta con un fisco onnipresente che succhia i nostri risparrmi, il frutto del ns.lavoro. 

Occorre la RIVOLTA di noi popolo di tartassati. E' ora di riprenderci LA NOSTRA LIBERTA' Tutto il resto son solo vuote parole!

 

TEA PARTY, CONFCONTRINBUENTI, UPL.MOVIMENTO LIBERTARIO, ICR,  PARTITO DELLE AZIENDE, PARTITO IVA, PARTITO NO TASSE, PLI E MOVIMENTI/ASSOCIAZONI DI AREA LAICO-LIBERALE, POPOLO DEOI PRODUTTIVI, DELLA PARTITE IVA, DEI CREATORI DI RICCHEZZA, DEI LACORATORI MA ANCHE DEI DISOCCUPATI E INIOCCUPATI A CAUSA DI QUESTO STATO OPPRESSORE, .....DIAMOCI UN OBBIETTIVO COMUNE, UN PROGRAMMA MINIMO PER LA RIVOLUZIONE. LIBERALE. E PRE LA CRESCITA DEL PAESE, IL NOSTRO PAESE, L'ITALIA CHE AMIAMO.

UNIAMOCI, UNIAMO LE FORZE, E' L'ITALIA CHE CE LO CHIEDE. O FAREMO LA FINE DELLA GRECIA.

E QUESTI POLITICI? ROTTAMIAMOLI TUTTI, tranne, forse, RENZI!

 

E CHE LA RIVOLUZIONE, LIBERALE, ABBIA INIZIO. E' ORA!



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permalink | inviato da UpL il 10/7/2011 alle 21:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
13 aprile 2011
BASTA CAMBIALI IN BIANCO AI POLITICI.

Cos’è l’Impegno a Difesa dei Contribuenti?
In occasione delle elezioni comunali del 15 maggio 2011, ConfContribuenti e Tea Party Italia organizzano un’iniziativa a difes

a dei contribuenti, chiedendo ai singoli candidati di impegnarsi formalmente ad abbassare la spesa pubblica e la tassazione comunale, rispettando il vincolo del pareggio di bilancio. Dopo le elezioni i firmatari eletti verranno monitorati e lodati o criticati pubblicamente a seconda che abbiano rispettato o violato l’impegno preso. 

Il testo dell’Impegno a Difesa dei Contribuenti:
Il sottoscritto (nome, cognome), candidato a sindaco/consigliere comunale di (città) per la coalizione (coalizione) si impegna nella difesa del contribuente:
- Con una politica di riduzione della spesa pubblica comunale complessiva
- Raggiungendo o mantenendo il pareggio di bilancio o un attivo di bilancio
- Portando (o mantenend

o) e le addizionali comunali ai livelli minimi consentiti dalla legge, riducendo le imposte e le tasse comunali esistenti e non introducendone di nuove.

Chi ha già firmato?
Nel menù qui a destra si possono trovare le news sugli ultimi firmatari ed un riassunto per le grandi città e per le regioni. Inoltre c'è anche l'elenco dei firmatari che alle scorse elezioni regionali hanno firmato un impegno simile. 

Chi può firmare/chi posso invitare a firmare?
Possono firmare tutti i candidati alle elezioni comunali del 2011. Per le città capoluogo di regione vi invitiamo a comunicarci anche se avete invitato qualche candidato a firmare e questo non è intenzionato a firmare.

Dove trovo il modulo da compilare/far compilare ai candidati?
Qui si possono scaricare i moduli per l’Impegno per il candidato Sindaco e per il candidatoConsigliere


Come fare per farvi arrivare il modulo?
Si può scannerizzare il modulo e inviarlo all’indirizzo  segreteria@confcontribuenti.eu oppure inviarlo per fax allo 02-36215668

Come posso fare per dare più forza all’iniziativa?
Iscriviti gratuitamente a ConfContribuenti: più saremo più avremo "potere contrattuale"! Basta compilare il modulo riportato a questo indirizzo:
http://www.confcontribuenti.eu/index.php?option=com_wrapper&view=wrapper&Itemid=7

 

IN PIEMONTE:

 

Qui riportiamo lo stato di avanzamento dell'Iniziativa a Difesa dei Contribuenti nei comuni del Piemonte - tranne Torino: le informazioni saranno aggiornate il più rapidamente possibile. Quando inviamo un invito ad appoggiare l'iniziativa (nel caso delle associazioni) o a firmare l'impegno (nel caso dei candidati) lo "stato" diventa "Attendiamo risposta". Questo può voler dire tre cose: che il destinatario non ha (ancora) ricevuto la mail, che l'ha ricevuta ma non ha ancora risposto oppure che non ha intenzione di rispondere.

Associazioni che appoggiano il Pledge

ConfContribuenti
Tea Party Italia
Impresa è Rivoluzione
Unione per le Libertà

Candidati sindaco contattati

CittàCandidatoLista/CoalizioneStato
Trecate    Federico Binatti    Lista civica            In attesa di risposta

 

Candidati consigliere contattati

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permalink | inviato da UpL il 13/4/2011 alle 14:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
13 aprile 2011
Impegno a Difesa del Contribuente (Consigliere Comunale)
                                 

Ilsottoscritto candidatoa


nella lista


siimpegna ad operare in Consiglio Comunale, con le proprie proposte econ i propri voti
sulle proposte di altri, in modo da difendereil Contribuente:


  • Con una politica di riduzione della spesa pubblica comunale complessiva

  • Raggiungendo o mantenendo il pareggio di bilancio o un attivo di bilancio

  • Portando (o mantenendo) e le addizionali comunali ai livelli minimi consentiti dalla legge, riducendo le imposte e le tasse comunali esistenti e non introducendone di nuove


Impegnoraccolto da:

Firma Luogo,data

ConfContribuenti

TeaParty Italia
Unione per le Libertà

Testimone1


 Testimone 2


L’impegnoa difesa del contribuente è un’iniziativa di ConfContribuenti, TeaParty Italia e Unione per le Libertà. I candidati che si impegnanonella difesa dei contribuenti saranno monitorati per
verificareil rispetto dell’impegno preso. Per vedere l’elenco dei firmataridell’impegno a difesa del Contribuente visitare il sitowww.confcontribuenti.eu.

POLITICA
13 aprile 2011
IMPEGNO A DIFESA DEL CONTRIBUENTE (Sindaco).
                                                         

Il sottoscritto ___________________

candidato a sindaco di_____________________________


si impegna nella difesa del contribuente:


  • Con una politica di riduzione della spesa pubblica comunale complessiva

  • Raggiungendo o mantenendo il pareggio di bilancio o un attivo di bilancio

  • Portando (o mantenendo) e le addizionali comunali ai livelli minimi consentiti dalla legge, riducendo le imposte e le tasse comunali esistenti e non introducendone di nuove


Impegno raccolto da:                             

Firma ____________________________

 Luogo_______________ data__________

ConfContribuenti

Tea Party Italia

Unione per le libertà

Testimone 1________________ 

Testimone 2_________________

L'mpegno in DIFESA del CONTRIBUENTE è un'iniziativa di ConfContribuenti, UpL e TeaPartyItalia

I candidati che si impegnano nella difesa dei contribuenti saranno monitorati per
verificare il rispetto dell’impegno preso. 

Per vedere l’elenco dei firmatari dell’impegno a difesa del Contribuente visitare il sito www.confcontribuenti.e.

politica estera
20 marzo 2011
Alcune domande da porre a tutti gli intraprendenti e volenterosi esportatori della ""pace"" con le armi...

DI: LUCA FUSARI

Togliamo subito ogni velo di ipocrisia e di idealismo liberal o neocon: l'intervento militare in Libia è completamente tardivo nei tempi e nei modi oltrechè sbagliato in quanto pericoloso nei suoi esiti e come precedente.
Esso è tardivo in quanto è stato deciso un mese dopo lo scoppio delle rivolte, quando la situazione sul campo nella guerra civile è già ampiamente compromessa per i rivoltosi.
Di fatto tale intervento è completamente divenuto obsoleto e maggiormente complicato da portare a termine visto l'andamento proprio della guerra civile.
Qualcuno mi vuole spiegare come si elimina solo dal cielo Gheddafi asseragliato nel suo bunker di Tripoli?.
Come lo si caccia dalla Libia?
Invadiamo via terra la Libia?.
Questo è il "segreto di Pulcinella" della missione tenuto ancora per il momento nascosto all'opinione pubblica almeno sino a quando quest'ultima non si sarà passivamente abituata quotidianamente al conflitto, solo allora verrà chiesto un ulteriore sforzo bellico via terra, che ovviamente non verrà negato dato che verrà illusoriamente definito come "decisivo per le sorti e la stabilizzazione del conflitto".
Peccato che lo stesso CLNT (Consiglio Libico Nazionale di Transizione, il governo di opposizione politica a Gheddafi con sede a Bengasi) sia contrario alla presenza di terra di truppe straniere, ergo se davvero siamo al servizio del popolo libico dovremmo in ragione di questo rispettare le sue indicazioni di aiuto e di soccorso.
Ma lo faremo veramente a conflitto già avviato?.
E sopratutto come si pacificano gli animi dei rivoltosi e dei lealisti al governo nel dopoguerra?.
Come impedire che dopo la risoluzione del conflitto i rivoltosi, presumibilmente, possano vendicarsi a loro volta sui fedeli di Gheddafi?.
Come si giungerà a stabilire la fine della guerra se di fatto i popoli della Tripolitania e della Cirenaica sono delle tribù legate ad un odio profondo e reciproco tra loro acuito anche da Gheddafi e dal suo dominio dispotico?
Qualcuno ha tenuto conto che queste due regioni si odiano e si odieranno a maggior ragione anche dopo il rais?.
Come si cercherà allora di far ragionare i clan pro-Gheddafi anche qualora il rais venga ucciso o catturato, al fine di evitare il ripetersi di un dopoguerra simile a quello iracheno?.
Si è già considerata la possibilità di una divisione della Libia o di un sistema confederativo quale suo inevitabile esito amministrativo?.
E' inoltre difficilmente risolutivo nel risultato tale intervento militare proprio perchè privo di una correlazione e di una partecipazione attiva delle forze rivoluzionarie al fine di modificare l'egemonia nel frattempo recuperata da Gheddafi in Libia sul territorio.
Queste ora si attendono che il "lavoro sporco" lo compia la NATO dato che essendo loro mal armate e in pratica allo stremo certo non possono essere una valida opzione sul terreno.
E' forse anche per tale motivo che da una dichiarata volontà di no-fly zone si è passati istantaneamente ad una guerra aperta come pare (non a caso) essere stata subito dichiarata dai vertici della NATO.
Può essere che i tempi dell'invasione via terra siano più ravvicinati del previsto.
Il ruolo stesso della NATO anche in questa occasione è forzato visto che non c'è alcuna aggressione ad uno Stato NATO nè alcun paese NATO coinvolto in tale conflitto.
E' sbagliata nei modi dato che sin dalle prime mosse francesi si è vista una certa spavalderia e spacconaggine improvvisata priva di analisi e addirittura di un raziocinio strategico funzionale allo smantellamento di quelle prime difese libiche funzionali all'avvio poi di una no-fly zone in accordo tra gli stessi volenterosi.
I francesi hanno invece iniziato i bombardamenti e gli attacchi ai convogli libici a casaccio, senza dare prima un segnale di avvertimento intimidatorio con bombardamenti su bersagli militari fissi e senza mettere neppure fuori uso quelle stesse difese della contraerea utili per mettere in sicurezza lo spazio aereo ed evitare possibili perdite nella coalizione (in primo luogo francese)!!.
Inoltre non mi pare siano state convenute procedure o forme di adeguata analisi per quanto riguarda la difesa di Lampedusa e della Sicilia in termini di radar o sistemi antimissili in caso di eventuali reazioni libiche, dovrebbe essere buona cosa prima di iniziare un conflitto quantomeno porre delle contromisure efficaci sul campo al fine di evitare ritorsioni.
Non mi pare però che si sia presa alcuna precauzione o preventiva adeguata contromisura difensiva.
Ma siamo sicuri che Gheddafi non possa resistere con la Tripolitania a lungo e mandare in giro nel Mediterraneo suoi kamikaze per aereoporti e stazioni come già avvenuto in passato..?.
Davvero qualcuno pensa che Gheddafi e i suoi mercenari stranieri dopo aver massacrato uomini e donne libiche possa tirarsi indietro di fronte alla minaccia militare NATO e degli (odiati) italiani?.
Crediamo davvero che Gheddafi minacci l'occidente (e l'Italia in primo luogo) senza avere ancora scorte di armi chimiche (iprite e armi batteriologiche non smantellate) e forse qualche missile di lunga gittata nei suoi armamenti comprato dalla Nord Korea o dall'Iran?.
Noi siamo certamente la nazione più a rischio viste anche le accuse di tradimento più volte rilanciate nelle settimane scorse come minaccie da parte del rais e dei suoi figli visto anche la rottura/inadempienza dei contenuti del famoso trattato d'amicizia (specie nel paragrafo 4) in precedenza sottoscritti e ora stralciati in modo goffo.
Nella frenesia guerrafondaia nazionalista post 17 marzo tutti non si stanno rendendo conto che di fatto non esiste alcun piano militare NATO nè alcuna analisi disponibile sul terreno libico circa l'organizzazione delle forze militari pro-Gheddafi e l'entità di queste dislocate sul territorio (per non parlare dell'opposizione e della sua resistenza armata sul terreno di Bengasi).
Tutti stanno strepitando ad una missione che di fatto non è umanitaria visti i tempi ormai tardivi e che certamente al fine di rendersi risolutiva è inevitabilmente di regime change e molto probabilmente visto che l'Occidente diffida del CLNT anche di Nation building e di occupazione inevitabile della Libia nelle prossime settimane o mesi.
E' un conflitto senza dubbio costoso sia in termini di possibili vite da ambedue le parti ma anche sul piano economico visto in particolare il nosto debito pubblico italiano astronomico e una guerra ancora aperta in Afghanistan non meno onerosa.
Non mi pare molto saggio tale ennesima avventura belligerante priva di un effettivo scopo preciso anche sul piano economico.
Seppur a differenza di Iraq e Afghanistan qua ci sia un popolo che ha mostrato chiaramente di ribellarsi al suo desposta, questo oltre ad essere quasi pressochè decimato è stato completamente bypassato dalle decisioni della riunione di Parigi, il CNLT ha chiesto solo una no fly zone ma l'obbiettivo della NATO pare non essere meramente di tale tipo..
Qualcuno mi vuole spiegare come mai la NATO debba intervenire come "poliziotta del mondo" al servizio dell'ONU (ovvero di tutti i Paesi del mondo, dittature comprese) in un ambito offensivo quando la sua funzione originaria era puramente difensiva all'interno del contesto euro-atlantico di alleanza tra paesi (con un possibile attacco solo qualora un membro abbia ricevuto una minaccia sensibile da parte di un paese straniero)?.
La Libia al momento non ha attaccato nessun paese NATO e la Libia non è membro della NATO.
Le conseguenze di tale missione possono andare storicamente dal modello Somalia a quello della crisi di Suez (anche lì con intervento franco-britannico) della prima guerra del golfo, a quello della Serbia-Kosovo e in caso di recrudescenze NATO anche di tipo afghano o della seconda guerra del golfo.
Certo il nome in codice scelto per la missione: "Odissea all'alba" non fa ben sperare sui tempi della missione e assenza di menzogne all'orizzonte...
Al momento è ancora presto per definire una possibile traiettoria del conflitto in analogia a uno di questi modelli certamente la domanda sorge spontanea: da quando una missione di guerra è una missione di pace?.
Da quando la pace si esporta con le bombe?.
Devo desumere che Giorgio Napolitano e altri politici idealisti e ""benpensanti"" preferiscano il detto orwelliano la "Pace è Guerra" desunto dal loro mondo ideale: quello del Grande Fratello.
Il fatto che la neolingua sia attiva è evidente per le analogie semantiche per cui negli anni scorsi si è esportato non la guerra ma la "democrazia" con le armi (tralascio ogni commento circa l'idiozia riguardante l'esportazione in un paese dittatoriale di un'altra forma di tirannia).
Ora però che siamo in un mondo intellettualmente colto, con obbiettivi pianificati e idealmente perseguibili, fatto di premi Nobel e di buoni propositi, la "pace" è ovviamente divenuta materia all'ordine del giorno di Pentagono e NATO, il tutto con l'avvallo enciclico del Consiglio di sicurezza ONU.
Ma da quando abbbiamo il governo mondiale ufficialmente operante?.
Qualche cittadino ha forse votato tale governo mondiale?.
Qualcuno mi spiega come mai gli Stati abbiano prontamente obbedito alla risoluzione Onu (decisa da loro stessi a livello esecutivo) senza aver prima votato nei loro rispettivi parlamenti competenti livello di sovranità nazionale l'autorizzazione al via libera alla missione?.
Da quando i singoli esecutivi nazionali obbediscono all'ONU anzichè ai loro parlamenti?.
Da quando una missione militare operativa fuori dalla propria Nazione a scopo offensivo (quindi di guerra) è legittima e legale in assenza di un voto del Parlamento nazionale?.
A mio parere nessuna nazione occidentale neppure la Germania per quanto riguarda la Libia è ragionevole dato che di fatto questa a fronte del suo nonintervento in Libia aumenterà il numero di truppe in Afghanistan (anzichè ritirarle), il che di fatto implica che l'Occidente ritiene di rimanere a lungo in Libia e che molto probabilmente verranno impiegati e dispiegati soldati e mezzi NATO provenienti da quell'altro scenario di guerra, in terreno libico.
Figuriamoci la posizione di certi politicanti italiani che certo libertari non sono, i quali pensano al petrolio (nonostante di fatto la produzione sia a rischio a causa di bombardamenti o danneggiamenti volontari da parte di Gheddafi) o tesi a voler mantenere rapporti di amicizia con questi al fine di ridurre i processi migratori in chiave elettorale sperando che l'aguzzino beduino li elimini prima lui dalla circolazione.
Qualcuno crede realmente che Bossi sia diventato improvvisamente libertario noninterventista sulla Libia? Come mai allora la Lega ha sempre votato per la missione in Iraq e Afghanistan?.
Qualcuno mi vuole spiegare come mai la sinistra che ama la Costituzione (la quale ripudia la guerra) si sia tutta quanta messa il casco militare e passeggi a passo dell'oca dietro all'italico tricolore?.
Qualcuno mi spiega che fine hanno fatto i pacifisti fricchettoni arcobaleno di sinistra da quando negli Usa sono tornati i Democrats al potere?.
Dov'è finito il loro ""senso di precauzione"" nei confronti della guerra?.
Qualcuno vuole spiegare a loro che di fatto Obama è entrato in guerra con portaerei, navi e sommergibili militari?.
Ma lo sanno che Obama è entrato in guerra senza autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti l'unico organo politico che può decidere sulla dichiarazione di guerra in un paese straniero (non l'Onu, visto che l'Onu non ha una sovranità data dal popolo americano ma solo diplomaticamente dai governi ergo sempre dal potere esecutivo) da parte della Nazione a stelle e strisce?.
Lo sanno che l'unica persona che ha ragione sulla Libia è un repubblicano libertarian conservatore congressista per il Texas, Ron Paul, il quale ritiene che per come si sta muovendo sul piano politico istituzionale, Obama di fatto è in continuità con l'epoca di Bush jr (vista la presenza alla difesa di Robert Gates) e financo di Bill Clinton (visto l'entourage clintoniano) con tutto ciò che ne conseguì in merito all'illegalità e illegittimità incostituzionale della guerra sul piano politico interno di consenso?.
Ma davvero qualcuno al governo pensa che si possano salvare gli interessi e gli investimenti libici nelle nostre corporazioni caldeggiando ai quattro venti prima un Trattato d'amicizia con Gheddafi, salvo poi sospenderlo momentaneamente in attesa della vittoria del rais, salvo poi romperlo dopo che la comunità internazionale ha deciso l'intervento militare in Libia?.
Pensiamo che i libici non se lo ricorderanno?.
E se Gheddafi dovesse resistere come resistette al bombardamento di Reagan, pensiamo davvero di poter tornare a fare affari con lui?.
Ma l'Italia anche in funzione della sua vicinanza strategica e di un passato coloniale in Libia alquanto poco virtuoso (di cui quest'anno ricorre peraltro il centenario) in quel Paese doveva proprio intervenire come membro attivo della coalizione multilaterale dei volenterosi?.
Quali interessi può indurre un governo che sino a poco tempo prima riteneva Gheddafi affidabile e amico a dichiarargli guerra?.
Quali interessi se non i pozzi di petrolio e i giacimenti di gas dell'Eni?.
Ma davvero l'Italia non poteva dare mero supporto logistico alla Nato senza usare propri mezzi entro l'intervento?.
Anzi, come mai l'Italia a differenza della Germania o dei suoi amici russi non ha deciso di astenersi dal supporto di tale missione anche a livello logistico?
Faccio notare come Malta (paese senz'altro più vicino alla Libia e avente anch'essa tutto l'interesse a veder finire gli sbarchi di immigrati) di fatto abbia deciso pur essendo membro NATO di non aderire alla coalizione e di non applicare la risoluzione ONU.
L'Italia a livello geostrategico poteva quindi analogamente non essere coinvolta direttamente nell'impresa franco-britannica.
Purtroppo dopo l'ennesima magra figura che il governo ha contribuito a creare con i suoi baciamani e cammellate varie, ora passiamo da un estremo di amicizia ad un altro.
Addirittura siamo disponibili a mandare soldati sul territorio sebbene non è possibile pensare a forme di interposizione a maggior ragionei visto anche il nostro passato che ci ritroviamo (non mi pare che i russi siano in Afghanistan nonostante la risoluzione ONU approvata visto la loro precedente fallimentare esperienza in loco nonostante).
L'Italia al di là degli interessi economici e politici internazionali avrebbe dovuto mantenere sin dall'inizio una certa neutralità evitando di ottemperare alla risoluzione Onu per una questione di opportunità e certo di cautela su un intervento che non si comprende nei suoi sviluppi.
Quella che si è venuta a formare è comunque una coalizione di politicanti con la coda di paglia e allo sbaraglio.
Obama alla regia manda portaerei in area ma nega l'evidenza dichiarando che non guida la coalizione per non far votare il Congresso la dichiarazione di guerra.
D'altronde gli Stati Uniti con George Bush jr e con Condoleeza Rice furono i primi a sdoganare in funzione antijihadista Gheddafi dopo l'11 settembre dandogli soldi e armamenti in cambio di uno smantellamento del programma nucleare e una maggior repressione sui possibili terroristi sul piano interno.
Sarkozy è stato finanziato elettoralmente da Gheddafi ed è ai minimi di consenso anche a destra, è quindi intento in tale opera di grandeur guerrafondaia al solo scopo di distrarre l'attenzione sul suo disastroso governo.
Cameron addirittura agisce in nome dei laburisti per nascondere quanto fatto da Brown (in merito al rilascio del terrorista della strage di Lockerbie in cambio della possibilità per BP di trivellare la costa libica per il petrolio).
Su Berlusconi presumo che abbiamo ben chiari i suoi atteggiamenti amichevoli tenuti (anche attraverso Frattini) sino a pochi giorni fa nei confronti di Gheddafi al fine di tutelare anche i suoi interessi economici personali con Gheddafi (Nessma tv ad esempio).
Tutti questi volenterosi sono personaggi talmente umanitari che hanno aspettato più di un mese per intervenire a difesa (retorica) dei libici attendendo che Gheddafi potesse prima riconquistare tutta la Cirenaica e proseguire l'eccido, il tutto al fine di giustificare il loro successivo "eroico" intervento.
Di fatto non hanno mai supportato o finanziato l'opposizione libica dall'esterno e anzi hanno auspicato cinicamente che lo stesso Gheddafi riducesse a zero l'impatto del CLNT sul territorio.
Tutto ciò allo scopo di favorire un ruolo di primo piano dell'Occidente-NATO e ovviamente per aumentare le difficoltà (leggasi spese e costi) sul terreno a livello strategico e militare.
Questo "provvido buonismo" messo in campo è naturalmente funzionale ad una logica di warfarismo keynesiano.
Dato che dalla no fly zone si è passati ai bombardamenti e attacchi di terra diretti senza attendere neppure uno studio attento e pianificato della situazione (qua abbiamo Stati che non pianificano ma che agiscono di impulso empatico, e non solo sulla Libia!) è evidente che si ritiene opportuno usare forme non certo invasive di intervento mirato, e certamente non si ha la minima intenzione di ridurre la spesa inerente i mezzi messi a disposizione (il che dimostra come Gheddafi sia tutt'altro che facilmente domabile).
Questo intervento è un pericoloso precedente dato che di fatto per le sue motivazioni implica che ogni Paese straniero agente contro i propri cittadini o delle minoranze etniche o politiche visibili di fatto è attaccabile dalla comunità internazionale.
Quindi di fatto è attaccabile ogni paese (del Terzo mondo) non presente stabilmente nel Consiglio di Sicurezza ONU ritenuto attaccabile in virtù di un suo non adempimento del rispetto dei diritti umani stabiliti dalla comunità internazionale sul piano interno o non avente un regime democratico o una sua statualità riconosciuta.
Ovviamente non la Cina, non la Russia e non gli stessi Usa dato il loro diritto di veto, anche se nulla impedisce di ritenere che tale discriminante non possa essere in futuro sospesa ponendo tali Paesi in analoghe situazioni belliche in caso di gravi rivolte popolari interne nel divenire (tese a delegittimare la sovranità sul territorio dello Stato e quindi del governo e del suo diritto di veto all'ONU).
Inoltre la presenza di paesi arabi all'interno della nuova coalizione dei volenterosi di fatto implica che Arabia Saudita e altri paesi non propriamente liberali e democratici parteciperanno certamente con finalità e scopi differenti da quelle della Nato legttimamente al conflitto.
Qualcuno mi spiega cosa succederà quando l'ONU deciderà analogamente alla Libia, in merito al Golfo Persico, nei casi di Yemen (dove un presidente sta sterminando i suoi oppositori sciiti e semplici sunniti) e in Bahrein (dove un sultano sunnita sta sterminando il popolo sciita manifestante contro di lui)?.
Saranno anch'essi attaccati dalla NATO al fine di salvare le loro popolazioni?.
Qualcuno mi spiega cosa succederà se l'Iran con le medesime nostre motivazioni attaccherà il Bahrein o lo Yemen al fine di tutelare le "minoranze" etniche in virtù di un profondo legame culturale religioso e forse anche politico?.
Con chi ci schiereremo se l'Iran attaccherà lo Yemen e il Bahrein (e quindi indirettamente l'Arabia Saudita) per ""fini umanitari"" allo scopo di aiutare tali popolazioni represse?.
Rischiamo paradossalmente o di trovarci alleati con l'Iran o addirittura tra due fuochi qualora intervenissimo in tale possibile conflitto sempre a scopo disinteressatamente umanitario.
Il problema però sarebbe analogo a quello della guerra Iraq-Iran, di fatto l'Occidente dovrebbe necessariamente supportare i sauditi ben sapendo però che questi finanziano il terrorismo internazionale della jihad globale.
L'Occidente rischia di dover partecipare a tale conflitto non solo in virtù dell'ombrello nei confronti di Israele (che potrebbe essere comunque coinvolto dalla follia iraniana più che da quella saudita quale incolpevole bersaglio) qualora vi fosse una resa dei conti su tutta la regione, ma anche per via delle sue forniture di petrolio in zona garantite dai sauditi.
I sauditi al pari degli iraniani qualora ne uscissero vincitori potrebbero non soltanto aumentare il loro peso politico nella pensiola arabica ma anche in tutto il resto del medioriente e in particolare nel nordafrica (forse anche in Egitto), Siria e Giordania mettendo in dubbio ogni possibile sviluppo futuro di tipo liberale e democratico nella regione.
Non vorrei che le boutade retoriche di Gheddafi sulla presa di potere dei fondamentalisti islamici dopo di lui paradossalmente si avverassero non tanto in merito alla popolazione libica ma alle spinte e forti pressioni che poi queste riceverebbero dai finanziamenti sauditi post-conflitto in termini di ricostruzione a partire dalla loro presenza sin dall'intervento militare a fianco dell'Occidente come loro giustificazione d'ingerenza e "biglietto da visita".
Si è tenuto conto che di fatto Libia e Arabia Saudita sono storicamente acerrime nemiche e attualmente tra i principali bacini concorrenti di gas e petrolio del mondo specie per l'Occidente?.
Come si può pensare a fronte di un'isteria antinuclearista dilagante in Occidente di poter crescere economicamente e fronteggiare la crisi se si avranno possibili problemi di approvvigionamento energetico?.
Qualcuno mi spiega come ci si possa alleare sul caso libico con i sauditi che in Bahrein stanno dando man forte con il proprio esercito alle repressioni del sultano sunnita locale nei confronti dei sciiti manifestati?
Quale sarà l'influenza saudita in Libia dopo tale sua interessata partecipazione alla missione di pace?
Qualcuno vuole anche andare a bombardare per le medesime ragioni umanitarie, a causa delle continue repressioni nei confronti dei loro rispettivi popoli, la Siria e anche l'Iran?
Pensate che ve lo permetteranno senza gravi conseguenze sul piano regionale?.
L'intervento libico non è solo un caso a sè ma un modello che può creare una serie di conflitti su scala regionale senza fine, tenendo conto anche delle minaccie fondamentaliste e delle ritorsioni possibili di un intervento occidentale sia nei confronti di Israele che delle fonti di approvigionamento energetico.
Personalmente ci andrei molto cauto con tale schema basato sull'interventismo "a scopo umanitario", dato che le situazioni non sono omogenee in medioriente e sono in continuo fluido movimento e di fatto tutto ciò implica un alto tasso di incoerenza nella sua adizione quale metro ideale nell'evitare a tutti i costi il massacro dall'esterno di popolazioni civili (ovviamente operando al contempo il regime change al vertice di tali Paesi).
Potrebbero esserci situazioni paradossali come quelle del golfo persico che certamente rischiano di mandare in corto tale schema anche tenendo presente la situazione iraniana e il quadro più generale della questione atomica in medioriente (ma non solo, dato che potrebbe valere per Paesi come il Pakistan (il quale ha l'atomica grazie al finanziamento del programma nucleare da parte dei sauditi).
Quindi l'Occidente e i suoi Paesi volenterosi hanno ben presente quale sia il limite di tale loro idealità?.
Si rendono conto che la loro giustificazione tardiva dell'intervento è una clamorosa e pericolosa menzogna su un piano più generale nel quadro mediorientale?.
Insomma la Libia è una schermaglia che certo rischia di creare molto probabilmente un pantano visti gli interessi compositi in loco e nella coalizione dei volenterosi; ma rischia anche di essere un precedente per un escalation della guerra in tutto il medioriente.
Di fatto un rischioso "gioco della torre" tra alleati e interessi provvisoriamente utili e utilizzati al fine di giustificare e difendere di volta le possibili innumerevoli missioni sino forse a quando tali costi non porteranno al default di sistema tali Paesi in analogia con quanto accade a suo tempo con l'URSS, oppure sino ad un conflitto generale di carattere mediorientale (molto probabilmente contro l'Iran) che porterebbe ad incontrollabili conseguenze di ordine anzitutto energetiche, militari e geopolitiche non preventivabili a tavolino.
..............
Un mare di contraddizioni, come sempre, nella politica estera dell'Italia e dei suoi alleati, Usa e Francia in primis. E anche i "Diritti Umani" possono così essere di serie A (Libia) o di serie B (Barhein), dove nulla si muove, malgrado l'intervento, addirittura, dell'Arabia, un paese straniero, contro i ribelli. Praticamente, ormai, a quelle latitudini non si capisce più nulle, non si sa chi lotti per la libertà o per la controrivoluzione, la reazione, la negazione dei diritti umani. Ma, e siamo alle solite, stiamo analizzando realtà che nulla hanno a che fare coi ns.principi, le ns.regole, il ns.mondo, quello occidentale. Non si possono paragonare le per con le mele. Da quì l'estrema difficoltà di giudizio. L'unica certezza: un intervento tardivo, che ci pone al rischio di pesanti rappresaglie del regime libico nei confronti degli stranieri in loco, italiani in primis (in Italia razzi nn ne arriveranno, non ne ha, dormite tranquilli), l'esplosione della bomba immigrati, e il grande caos sotto il cielo. Staremo a vedere!
<upl>

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