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Per un' Italia Liberale, Liberista, Libertaria_Costituente Liberale Nazionale
politica interna
23 maggio 2006
Speciale "RIFORMA FEDERALE DELLO STATO"
In vista del Referendum confirmativo della Modifica Costituzionale (Parte II della Costituzione, per essere più precisi) approvata col Dsl 16.11.2005 e fedeli al motto "conoscere per deliberale" di tradizione Liberale,  offriamo ai nostri Lettori questo "Speciale", invitando a vore Sì alla modifica della Costituzione. L'Inizio del cmbiamento, l'inizio della Nuova Italia, se sarà approvato.

La riforma federale

Il 16 novembre 2005 il Senato ha definitivamente approvato il disegno di legge di riforma della Parte II della Costituzione.

Il testo della legge Costituzionale, approvato in seconda deliberazione a maggioranza assoluta, ma inferiore ai due terzi è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 269 del 18 novembre 2005. Entro tre mesi dalla pubblicazione del testo, un quinto dei membri della Camera, o 500.000 elettori o 5 Consigli regionali possono domandare che si proceda a referendum popolare.

Questa legge è il quarto provvedimento di riforma della suprema legge dello Stato approvato nel corso di questa legislatura.

In questo modo:

  • si mette ordine tra le competenze delle Regioni e quelle dello Stato, dopo la confusione prodotta dalla pasticciata riforma approvata dal Centrosinistra alla fine della scorsa legislatura
  • si mette fine al bicameralismo perfetto, razionalizzando e velocizzando la procedura per fare le leggi 
  • con il premierato e le norme antiribaltone si conferma il potere dei cittadini di scegliere un leader, un programma, una coalizione
  • si riduce il numero dei parlamentari, come era indicato nel nostro programma del 2001.

Con questa riforma:

  • La riforma costituzionale introduce il federalismo o devoluzione, che significa semplicemente che le Regioni possono fare le leggi in una serie ben precisa di materie, per realizzare meglio gli interessi dei cittadini legati al territorio ma sempre nel rispetto dell'interesse nazionale, garanzia formale e sostanziale dell'unità del Paese. Nella Costituzione attuale – voluta dal centrosinistra a fine della scorsa legislatura con soli quattro voti di margine - non c'è nessun riferimento all'interesse nazionale.
    I Paesi federali hanno uno sviluppo più elevato e duraturo, costi amministrativi più bassi, maggiore efficienza e sono più vicini alle esigenze dei cittadini. Federalismo vuol dire autogoverno, dunque l'avvicinamento dei cittadini alle decisioni che li riguardano e che sono più consone alle esigenze dei loro territori.
    Il federalismo, presentato dall'opposizione come frutto di una volontà egoistica e prevaricatrice del Nord, è invece lo strumento per realizzare una effettiva parità tra tutte le parti del Paese nel segno della responsabilità: la gestione delle proprie risorse e l'individuazione del proprio interesse metteranno fine al rimpallo delle responsabilità tra potere centrale e poteri locali.
  • La riforma mettefoto: Palazzo Chigi ordine nel caos delle competenze tra gli organi centrali e gli organi locali, creatosi con la riforma pasticciata approvata dal centrosinistra nel 2001, che ha provocato centinaia di ricorsi alla Corte Costituzionale, paralizzando in molti settori l’attività delle Regioni e dello Stato centrale.
  • La riforma riduce il numero dei parlamentari, come era indicato nel programma elettorale 2001 della Casa delle Libertà.
  • La riforma pone fine al bicameralismo perfetto che, duplicando il passaggio di ogni disegno o proposta di legge, ha sistematicamente rallentato l’azione del governo. Con la riforma viene distinto il ruolo nazionale della Camera, che dà la fiducia al governo, ed il ruolo federale del Senato. La Camera si occuperà dei problemi dello Stato e il Senato delle regioni e del territorio. Il tutto con un risparmio di tempi e di pubblico denaro.
  • La riforma rafforza il diritto dei cittadini a scegliere un primo ministro, una programma e una coalizione di governo.
  • Con i maggiori poteri attribuiti al primo ministro, (scioglimento delle camere, revoca dei ministri) e le norme antiribaltone, la riforma rafforza la governabilità e il bipolarismo, togliendo potere alla partitocrazia.

Non hanno quindi fondamento gli allarmi dell'opposizione che denuncia la riforma come anticamera della disgregazione dello Stato. La Commissione bicamerale presieduta da Massimo D'Alema aveva concordato su un punto essenziale: quello di dare al governo e al premier, indicato anche se non eletto direttamente dei cittadini, i poteri necessari per guidare il Paese sia nelle esigenze quotidiane sia nei grandi piani progettuali.

Nel 2001 il governo Berlusconi si era impegnato ad adeguare le istituzioni del Paese alle esigenze di oggi e soprattutto a quelle di domani.

Cambiare lo Stato, e quindi il modo di governare e di fare politica, è possibile solo cambiando le istituzioni in una ben precisa direzione: rendere facile il passaggio dalla volontà dei cittadini all'azione del governo.

Questo è possibile solo modificando le istituzioni e avvicinandole ai cittadini, da un lato attraverso il federalismo o devoluzione, e dall'altro lato accrescendo i poteri del governo e del primo ministro che, per ragioni storiche, nella Costituzione ancora in vigore rimasero fortemente limitati.

Questo è il risultato che la CdL può presentare ai cittadini: la legislatura che volge al termine è stata utile al Paese in quanto lo ha dotato delle istituzioni indispensabili per il futuro.

Le linee guida

La nuova Costituzione italiana

Forza Italia con la riforma delle istituzioni vuole modernizzare il nostro Paese e fare sì che la nostra democrazia possa funzionare meglio e in modo adeguato ai tempi che stiamo vivendo.

La nostra foto: Palazzo del Quirinaleriforma intende:

  • Rendere il nostro sistema legislativo più efficiente, riducendo il numero dei parlamentari e riformando un bicameralismo paritario che si è dimostrato eccessivamente lento e macchinoso.
  • Garantire la governabilità del Paese attraverso un esecutivo scelto dai cittadini, stabile e  al riparo da ribaltoni e trasformismi.
  • Ampliare il federalismo perché la vera democrazia è dove c'è più autonomia, dove c'è più possibilità da parte dei cittadini di controllare cosa fanno coloro che hanno eletto e che li amministrano.

Si tratta di una riforma efficace, che rappresenta un passo atteso da più di trent'anni. Ha un impianto equilibrato che bilancia i poteri tra centro e periferia e completa il percorso del federalismo con nuovi e importanti ruoli alle Regioni.

Questa riforma ci porta uno Stato più efficiente e vicino ai cittadini; non è certamente un fattore di disgregazione ma piuttosto di crescita del sentimento di appartenenza nazionale.

La riforma riguarda gli articoli 55, 56, 57, 58, 59, 60, 64, 65, 67, 69, 70, 71, 72, 80, 81, 83, 85, 86, 87, 88, 89, 91, 92, 93, 94, 95, 96, 104, 114, 116, 117, 126, 127, 135 e 138 della Costituzione.

Cosa cambia nelle istituzioni

Presidente della Repubblica
com'è come diventa
Elezione: eletto da Camera e Senato in seduta comune con l’aggiunta di tre delegati per Regione eletti dai Consigli regionali in modo che sia assicurato il rispetto delle minoranze.
Poteri: è il Capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale.
Età minima per essere eletti: 50 anni.
Elezione: eletto dall'Assemblea della Repubblica: due Camere (dei Deputati e Senato federale), Presidenti di Regione e delle Province di Trento e Bolzano e da un numero di delegati eletti dai Consigli regionali.
Poteri: è il Capo dello Stato, rappresenta la Nazione ed è garante della Costituzione e dell'unità federale della Repubblica. Vengono aggiunti due poteri, la nomina dei Presidenti delle Authority e la designazione del vicepresidente del CSM. La concessione della grazia diventa suo potere esclusivo. .
Età minima per essere eletti: ridotta a 40 anni.

 

Governo
com'è come diventa
Capo del governo: nominato dal Presidente della Repubblica, dirige la politica generale del Governo.
Ministri: nominati dal Presidente della Repubblica su proposta del Capo del Governo.
Fiducia: dalle due Camere, ognuna delle quali la accorda o la revoca mediante mozione motivata e per appello nominale.
Primo ministro o Premier: nominato dal Presidente della Repubblica sulla base dei risultati delle elezioni, determina la politica generale del Governo e dirige l'attività dei Ministri.
Ministri: nominati e revocati dal Primo Ministro.
Fiducia: la Camera dei Deputati esprime un voto sul programma del Governo (vedi scioglimento delle Camere).

 

Parlamento
com'è come diventa
Camera dei Deputati: 630 deputati. Approvazione del Regolamento interno a maggioranza assoluta dei componenti. Età minima per essere eletti: 25 anni.
Senato della Repubblica: 315 senatori con cinque anni di mandato. Età minima per essere eletti: 40 anni.
Bicameralismo: cosiddetto "perfetto". La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due camere, con il passaggio da una all'altra dei progetti/disegni di legge fino a quando tutte e due le Camere approvano lo stesso testo.
Camera dei Deputati: ridotti a 518 i deputati più deputati a vita (ex presidenti della Repubblica e non più di 3 nominati). Approvazione del Regolamento interno a maggioranza di tre quinti dei votanti. Età minima per essere eletti: ridotta a 21 anni.
Senato Federale della Repubblica: ridotti a 252 i senatori eletti a livello regionale contestualmente ai rispettivi Consigli regionali. Devono avere legami di appartenenza alla Regione per la quale vengono eletti. Età minima per essere eletti: ridotta a 25 anni.
Bicameralismo: la Camera ha l'ultima parola sulle leggi di competenza esclusiva dello Stato, il Senato su quelle di competenza concorrente (mista Stato/Regioni) e regionale, insieme decidono sulla legge di bilancio su quelle costituzionali, elettorali e riguardanti gli enti locali.

 

Scioglimento delle Camere
com'è come diventa
Il Presidente della Repubblica può sciogliere le due Camere (dei Deputati e Senato) o anche solo una di esse, sentiti i rispettivi Presidenti. Camera dei Deputati: in caso di mozione di sfiducia al Primo Ministro, lo scioglimento è automatico. In caso di richiesta di fiducia negata, il Primo Ministro si dimette e il Presidente della Repubblica scioglie la Camera e indice le elezioni, oppure la maggioranza può presentare una mozione in cui indica il nuovo Primo Ministro che il Presidente della Repubblica sarà tenuto a nominare (Sfiducia costruttiva).
Senato federale: il Presidente della Repubblica può sciogliere il Senato federale in caso di sua prolungata impossibilità di funzionamento.

 

Corte costituzionale (Consulta)
com'è come diventa
Composizione: 15 giudici, nominati dal Presidente della Repubblica (cinque), dal Parlamento in seduta comune (cinque) e dalle supreme magistrature (cinque).
Incompatibilità: Parlamentare, Consigliere regionale, avvocato.
Composizione: 15 giudici, salgono da cinque a sette quelli di nomina parlamentare ( tre dalla Camera, quattro dal Senato federale), quattro vengono nominati dal Presidente della Repubblica e quattro dalle supreme magistrature.
Incompatibilità: Parlamentare, Consigliere regionale, avvocato durante il mandato; si aggiungono, nei tre anni dopo la scadenza, incompatibilità con incarichi di governo, cariche elettive o di nomina governativa, svolgimento di funzioni in organi o enti pubblici.

 

Consiglio superiore della magistratura (Csm)
com'è come diventa
Presidenza e membri di diritto: è presieduto dal Presidente della Repubblica. I membri di diritto sono il primo presidente e il Procuratore generale della Corte di Cassazione.
Membri eletti: per due terzi da tutti i magistrati ordinari e per un terzo dal parlamento in seduta comune. Il CSM elegge un vicepresidente tra i componenti designati dal Parlamento.
Presidenza e membri di diritto: non cambia
Membri eletti: per due terzi da tutti i magistrati ordinari, per un sesto dalla camera e per un sesto dal Senato federale. Il Vicepresidente è scelto dal Presidente della Repubblica.

 

Federalismo e devoluzione
com'è come diventa
Regioni: potestà legislativa in ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato.
Governo: può promuovere la questione di legittimità costituzionale alla Consulta qualora ritenga che una legge regionale ecceda la competenza della Regione.
Regioni: potestà legislativa esclusiva in materia di assistenza sanitaria, organizzazione scolastica (e parte dei programmi scolastici di interesse specifico regionale), polizia locale (Devoluzione).
Definizione delle competenze regionali trasferendo all’esclusiva competenza statale importanti materie di interesse nazionale ( tra cui energia, infrastrutture, tutela della salute, sicurezza sul lavoro).
Attuazione, entro tre anni, del federalismo fiscale previsto dalla precedente riforma per gli enti locali, (autonomia finanziaria di entrata e di spesa, risorse autonome, fondo perequativo per territori con minore capacità fiscale, destinazione di risorse aggiuntive in casi determinati.
Governo: può impugnare una legge regionale, che ritenga pregiudichi l’interesse nazionale, davanti al Senato federale che rinvia la legge alla Regione per la rimozione della causa d'impugnazione. In caso negativo la legge viene sottoposta al Parlamento in seduta comune che a maggioranza assoluta, può proporre al Capo dello stato l'annullamento parziale o totale della legge.
Clausola di supremazia: lo Stato può sostituirsi agli enti locali nel caso di mancata emanazione di norme essenziali.

Spunti di riflessione sulla riforma della Costituzione

Un successo della maggioranza

Il voto con cui la Camera ha approvato la riforma della Costituzione corona un impegno che abbiamo preso con gli elettori e con tutto il Paese. Abbiamo condotto in porto quanto ci eravamo impegnati a fare e lo abbiamo fatto nei tempi previsti, nella seconda parte della legislatura. È un successo a cui ha contribuito tutta la maggioranza, che si è dimostrata unita e coerente con i suoi impegni elettorali.

Riforme condivise

Abbiamo sempre cercato il dialogo con l'opposizione, tanto da far nostra una proposta, il premierato, che il centrosinistra ha presentato alle elezioni del 1996 e del 2001. La nostra apertura, la nostra volontà di giungere a riforme condivise, nel rispetto della volontà espressa dagli elettori nel 2001, resta inalterata. E ci auguriamo che l'opposizione voglia coglierla nel prosieguo del cammino della riorganizzazione dello Stato.

Guardare avanti

Ora dobbiamo guardare avanti e predisporre gli strumenti per rendere ancora più solida la nuova organizzazione statuale. La legge elettorale approvata nel dicembre 2005, che sarà applicata nelle elezioni politiche di aprile, dovrà conseguire due obbiettivi fondamentali: dare maturità al bipolarismo, reso più forte dalla nascita della figura del Primo ministro, e assicurare l'equilibrio della rappresentanza tra le forze politiche che si alleano tra loro per formare coalizioni che si candidano a governare il Paese.

Uno Stato più vicino ai cittadini

Con questa riforma abbiamo realizzato gli obiettivi perseguiti: uno Stato democratico, più vicino ai cittadini e alle loro esigenze, più rispettoso dell'autonomia delle Regioni e del principio di sussidiarietà.

Uno Stato più forte

E, insieme, uno Stato più forte, con un governo più autorevole, espressione diretta della sovranità popolare, in grado di assicurare stabilità e continuità nella sua azione, a differenza che nel passato, quando i governi duravano in carica in media undici mesi.

In altre parole uno Stato dove la libertà e la volontà popolare sono i valori fondanti della democrazia.

Abbiamo l'orgoglio di essere riusciti là dove, per troppo tempo, la politica aveva fallito. Dal 1993 ad oggi gli italiani chiedevano uno Stato più moderno, più capace di rispondere con immediatezza alle loro esigenze, più democratico e rispettoso della loro volontà espressa nelle urne. Ora lo hanno ottenuto, con questa riforma riusciremo a ridare fiducia al Paese, fiducia nelle istituzioni e nella democrazia.

Uno Stato moderno

Il Parlamento è finalmente riuscito ad approvare una riforma della Costituzione di portata storica. Da almeno trenta anni il nostro Paese soffriva di una mancanza di aggiornamento delle istituzioni che consentisse di rispondere meglio alle esigenze di uno Stato moderno.

Questa riforma va in profondità perché:

  • soddisfa il bisogno di libertà e di autonomia decisionale espressa nella forma federale senza minimamente intaccare il principio dell'unità e della solidarietà nazionale;
  • attribuisce agli elettori un potere più diretto nella scelta della maggioranza politica che deve governare, garantendo ai governi anche i tempi necessari per realizzare i loro programmi, ma senza limitare i poteri del Parlamento al quale l'Esecutivo resta legato dal rapporto di fiducia;
  • consente al Primo ministro e al Governo un maggior potere di iniziativa e di rapidità decisionale senza per questo ridurre lo spazio per il dibattito politico sulle scelte;
  • conferma il presidente della Repubblica nel suo ruolo di garanzia di unità nazionale e di controllo del rispetto delle regole scritte nella Costituzione;
  • ratifica il processo in atto da anni di avvicinamento dei cittadini alle istituzioni.

E' una riforma che rende più libere di manifestarsi le energie creative del popolo italiano e mette in condizione le istituzioni, le imprese e tutte le manifestazioni della vita civile e sociale di inserirsi nel processo irreversibile della globalizzazione.

Istituzioni in grado di funzionare meglio al servizio dei cittadini.

L'Italia è profondamente mutata rispetto al 1948. Di conseguenza le regole di funzionamento delle istituzioni necessitano di essere adeguate alla realtà odierna anche per essere in piena sintonia con il rafforzamento delle autonomie regionali e locali, l'elezione diretta di sindaci, presidenti di provincia e di regione e l'affermazione del bipolarismo realizzatisi negli ultimi dieci anni e non previsti dalla Costituzione vigente.

Con la riforma approvata c'è un nuovo quadro nel quale le istituzioni possono convivere e funzionare meglio al servizio dei cittadini.

Vanno in questa direzione la fine del bicameralismo perfetto e la conseguente velocizzazione nell'approvazione delle leggi, la separazione di competenze tra Camera e Senato federale, il potere del Premier di dirigere il governo e di nominare e revocare ministri, la riduzione del numero dei parlamentari, i poteri del Presidente della Repubblica.

La volontà del popolo sovrano

La nuova Costituzione intende legare in modo indissolubile volontà (e voto) dei cittadini alle istituzioni. L'indicazione sulla scheda elettorale del nome del candidato Premier, il ruolo del Presidente della Repubblica; il legame tra Primo Ministro, maggioranza e programma di governo; le norme antiribaltone; l'obbligo del premier di riferire alla Camera ogni anno in merito alla attuazione del programma di governo; queste sono alcune delle principali novità attraverso cui viene garantito che la politica rispetti il volere espresso dai cittadini con il voto, impedendo trasformismi e ribaltoni.

Un federalismo giusto, solidale e funzionante

La nostra riforma corregge i guasti e le inefficienze della riforma approvata dall'Ulivo alla fine della scorsa legislatura, con soli quattro voti di scarto: una riforma che ha provocato tanti contenziosi tra Stato e Regioni e tanto spreco di tempo e di denaro. L'introduzione del principio di sussidiarietà e del federalismo fiscale, l'attribuzione alle Regioni delle competenze organizzative su sanità, scuola e polizia amministrativa e locale rafforzeranno il legame tra cittadini e istituzioni.

Allo stesso modo la clausola di supremazia, quella di essenzialità e la norma sull'interesse nazionale mettono al riparo dalle sperequazioni tra Regioni e garantiscono la effettiva unità della nazione.

I costi accertati della riforma costituzionale della sinistra

Oggi la sinistra accusa la maggioranza di varare la riforma federale senza avere prima fatto il conto dei costi, utilizzando in maniera propagandistica e scorretta cifre che non tengono conto della nuova e diversa impostazione della riforma costituzionale. In realtà è Stato il centrosinistra ad approvare, per soli quattro voti alla fine della scorsa legislatura nella primavera del 2001, una parziale riforma federale senza accertarne il costo. Una riforma che ha irresponsabilmente portato a un aumento delle spese e a una esplosione del contenzioso tra Stato e Regioni.

Infatti la riforma della sinistra:

  • ha addossato ulteriori competenze agli Enti locali senza dotarli delle necessarie risorse finanziarie;
  • ha soppresso i trasferimenti statali per il finanziamento del trasporto pubblico e della spesa sanitaria, senza precisare la quota dei tributi erariali che lo Stato può e deve girare automaticamente alle autonomie locali;
  • ha menzionato l'esigenza di coordinare la finanza statale con quella regionale e comunale, ma ha evitato di stabilirne le modalità, le procedure e i tempi tecnici.

La conseguenza è stata che a livello locale ci sono state nuove spese e nuove imposte, che hanno fatto aumentare i costi in misura pari al 2-4%, una cifra compresa tra i 25 e i 50 mila miliardi di vecchie lire.

Il nostro federalismo costa quasi la metà di quello dell'Ulivo

Secondo l'Isae (Istituto di Studi e Analisi Economica), se attuato pienamente nella sua forma originaria, il federalismo approvato dall'Ulivo costa ad oggi 61 miliardi di euro. In realtà le correzioni apportate dal centrodestra faranno diminuire i costi perché le Regioni non avranno più 18 materie su cui legiferare in modo esclusivo ma al massimo sette. Ciò comporterà notevoli risparmi perché diminuendo le competenze delle Regioni di conseguenza diminuisce la necessità di maggiori trasferimenti di personale e di risorse: questi risparmi sono stimati intorno al 40% rispetto ai costi della riforma varata dal centrosinistra.

In secondo luogo, i costi sono comunque diluiti nel tempo in quanto la riforma federale non è un'operazione immediata ma è un processo che avrà bisogno di anni per entrare a regime. Inoltre si sta studiando un piano per consentire che il passaggio di personale della Pubblica amministrazione dal livello centrale a quello locale avvenga in modo indolore e soprattutto più economico. Cosa che la sinistra non ha fatto con la sua riforma.

Quello che la riforma vuole conseguire è un obiettivo generale di maggiore trasparenza nella gestione del denaro pubblico, sia da parte dello Stato sia da parte degli Enti locali. Infatti con una buona attuazione del federalismo non solo non si corre il rischio di una duplicazione dei costi, ma si ottiene una loro diminuzione, come avvenuto in Spagna. Il problema, infatti, non è quanta autonomia viene data alle Regioni ma bensì come le Regioni utilizzano i poteri a loro riservati.

Il nostro federalismo non farà aumentare le tasse locali

La sinistra afferma che con il nuovo assetto federale aumenteranno le tasse a livello locale. Per evitare questo pericolo e introdurre una ulteriore garanzia contro ogni aumento dei costi della struttura federale, la nuova Costituzione prevede che in nessun caso l'autonomia impositiva delle Regioni, delle Province, delle Città metropolitane e dei Comuni può determinare un aumento della pressione fiscale totale, che deve essere mantenuta inalterata.

Il nostro federalismo non spacca ma anzi ricompatta il Paese

La nostra riforma costituzionale non spacca ma anzi ricompatta il Paese perché definisce con chiarezza le materie assegnate alla competenza delle Regioni e determina il ritorno di alcune materie importanti alla competenza dello Stato. Lo si è fatto allo scopo di realizzare un federalismo solidale, molto più equilibrato e comunitario di quello voluto dalla sinistra.

Le materie riportate in capo allo Stato sono:

  • le norme generali sulla tutela della salute,
  • la sicurezza e la qualità alimentare,
  • l'ordinamento della Capitale federale,
  • le reti strategiche di trasporto e navigazione di interesse nazionale e le relative norme di sicurezza,
  • l'ordinamento della comunicazione,
  • l'ordinamento delle professioni intellettuali,
  • l'ordinamento sportivo,
  • produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia,
  • promozione internazionale del sistema economico e produttivo italiano,
  • la politica monetaria,
  • la tutela del credito,
  • le organizzazioni comuni di mercato.

Il trasferimento allo Stato di queste materie è il miglior antidoto per evitare che nascano processi di divaricazione tra le Regioni.

La devoluzione, invece, assegna alle Regioni materie che possono gestire meglio dal punto di vista organizzativo e finanziario, poiché è innegabile che gli enti locali sono più vicini al cittadino di quanto non possa essere un governo centrale. Per esempio:

  • Sanità. Le Regioni avranno competenza legislativa esclusiva su assistenza sanitaria e organizzazione ospedaliera. Allo Stato spettano le norme generali sulla tutela della salute;
  • Scuola. Le Regioni avranno competenza legislativa sull'organizzazione degli istituti scolastici e di formazione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche. Potranno definire programmi scolastici e di formazione di interesse regionale. Allo Stato il compito di assicurare l'omogeneità complessiva degli studi;
  • Polizia. Le Regioni avranno competenza legislativa sulla organizzazione della polizia amministrativa e locale, la cui attività andrà coordinata con quella degli altri corpi dello Stato.

Finora, senza federalismo, e con oltre un secolo e mezzo di centralismo alle spalle, non sono stati colmati i diversi divari - sociali, economici, organizzativi - tra Nord e Sud. La sinistra afferma che il federalismo aumenterà questo divario. Ma quello che è certo è che il centralismo, finora, non lo ha eliminato mentre il federalismo può essere la grande risposta veramente innovativa al problema del divario Nord-Sud.

La riforma federalista può essere una grande opportunità di modernizzazione del Paese. Federalismo significa responsabilità, semplificazione, sburocratizzazione, collaborazione tra pubblico e privato. Le Regioni, assumendo una responsabilità esclusiva, dovranno dimostrare di essere responsabili nel varare le leggi. Buone leggi consentiranno di utilizzare le risorse in modo più efficiente. Il passaggio di competenze dallo Stato alle Regioni può rendere più trasparente l'utilizzo delle risorse attraverso la responsabilità delle autonomie locali, la cui spesa diventa molto più controllata dai cittadini che non a livello centrale.

 

Meno deputati e Senato delle Regioni ecco come sarà l’Italia federalista

Lo Stato continuerà ad avere prerogative generali su sicurezza scuola e sanità

"Il Giornale", 21 ottobre 2005, p. 4

Cos'è la riforma costituzionale?

È la riforma consentita dall’art. 138 della Costituzione, il quale chiede che una legge costituzionale sia approvata due volte, da entrambe le Camere. Camera e Senato avevano già approvato il disegno di legge di riforma in prima lettura. Ieri, la Camera ha approvato il testo in seconda lettura. Adesso spetterà al Senato procedere alla quarta e definitiva approvazione, cui seguirà la pubblicazione della legge sulla Gazzetta Ufficiale.La riforma entrerà in vigore in tre tappe entro il 2016 e comincerà a trovare applicazione subito dopo il referendum che si svolgerà nell’autunno 2006.

Quanto costerà la riforma federalista?

La riforma appena approvata è quella istituzionale, distinta dalla più generale riforma fiscale che ancora deve essere completata. La logica di base è che la riduzione dei compiti dello Stato centrale libererà risorse a favore delle Regioni, che saranno però responsabili del loro uso. Il federalismo istituzionale non implica un aumento delle imposte, ma una loro redistribuzione. In ogni caso, vale il principio della solidarietà interregionale, tanto più che certi progetti non possono che essere tra Regioni (autostrade, acquedotti, dighe, centrali elettriche, in generale le grandi opere). E’ in questi casi che scatta il principio dell’interesse nazionale.

Come cambiano la forma di Stato e la forma di governo?

La riforma costituzionale inciderà profondamente sulla forma di Stato, con il passaggio allo Stato federale (devoluzione), e sulla forma di governo, con il rafforzamento dei poteri del governo e del premier (premierato). Si tratta di una riforma organica che corregge gli squilibri creati dalla parziale riforma del Titolo V della Costituzione approvata dal centrosinistra alla fine della scorsa legislatura e che ha moltiplicato i conflitti tra Stato e Regioni sui quali decide la Corte costituzionale.

A quali esigenze storiche risponde la riforma?

Il passaggio al federalismo è una necessità conseguente alla globalizzazione, alla fine della Guerra fredda, all’avanzamento del processo di integrazione europea che ha ridotto i poteri dello Stato centrale e ha valorizzato le strutture territoriali all’interno degli Stati. L’aumento dei poteri del governo era una esigenza già affrontata dai precedenti tentativi di riforma costituzionale con la Commissione Bozzi (1983), con la Commissione De Mita-Iotti (1993) e con la Commissione bicamerale presieduta da D’Alema (1997). Con questa riforma, le istituzioni italiane saranno ora più simili a quelle dei Paesi democratici più avanzati.

Quali campi ha toccato la riforma?

La riforma di 55 articoli della Costituzione riguardano principalmente la devoluzione, la fine del bicameralismo perfetto, il premierato, modifiche alle funzioni del capo dello Stato, il nuovo meccanismo di elezione della Corte costituzionale.

Cos'è la devoluzione?

«Devoluzione» significa che alle Regioni è attribuita una competenza legislativa esclusiva sulle materie che queste possono gestire meglio dal punto di vista organizzativo e finanziario. Le Regioni quindi emaneranno leggi relativamente a sanità, scuola e polizia amministrativa e locale, tenendo in considerazione le necessità della gente che riceve materialmente tali servizi.

Come è stato il federalismo del centrosinistra?

Il federalismo del centrosinistra, approvato pochi giorni prima della fine della scorsa legislatura, ha generato un sovraccarico di competenze agli enti locali, senza un’adeguata copertura finanziaria, e una accresciuta conflittualità tra Stato e Regioni. I dissesti causati da questa riforma zoppicante hanno fatto aumentare la spesa locale del 2-4% e quindi anche la pressione fiscale locale.

Come è la devoluzione del centrodestra?

La devoluzione approvata dalla Casa delle libertà, precisando il numero delle competenze delle Regioni, limita la duplicazione dei costi tra Stato ed enti locali, garantendo una maggiore trasparenza e una gestione più coerente del denaro pubblico. Il principio di sussidiarietà, inoltre, evita i contenziosi e quindi fa risparmiare tempo e denaro.

Perché la devoluzione?

Per riparare i guasti della precedente riforma, garantendo un assetto federale moderno e solidale. Moderno, perché il modello federale promuove una migliore gestione organizzativa e finanziaria, come dimostrano tutti i paesi a struttura federale, che vantano uno sviluppo e una crescita più solidi. Solidale, perché il trasferimento del potere decisionale ai livelli più bassi fa sì che nelle materie legate alle specificità territoriali siano a legiferare le istituzioni più vicine ai cittadini.

La devoluzione mette in pericolo l’unità nazionale?

La riforma tutela l’unità nazionale garantendo al governo il potere di bloccare le leggi regionali che ritiene vadano contro l’interesse nazionale. L’unità nazionale esce rafforzata dal riconoscimento delle identità regionali quali componenti complementari e fondanti dello Stato nazionale. Nella Costituzione attualmente in vigore non è presente il concetto di «interesse nazionale», che nella nuova formulazione appare per ben tre volte.

La devoluzione può discriminare le prestazioni tra residenti di diverse Regioni fino a impedire che un cittadino non possa curarsi fuori dalla propria?

No, perchè in questo caso entrerebbero in gioco i diritti fondamentali dei cittadini e la prerogativa dello Stato nell’assicurare la prevalenza dell’interesse nazionale. Lo Stato continuerà ad assicurare la salute per tutti, come dice la Costituzione. Le Regioni potranno legiferare in maniera esclusiva sull’organizzazione ospedaliera e sull’assistenza sanitaria. Autonomia non significa anarchia ma gestione più razionale del sistema sanitario locale. Secondo il Censis, il 56,3% degli italiani si dichiara a favore di una sanità regionalizzata che potrà essere più attenta ad esigenze locali.

Ci saranno 20 programmi scolastici per 20 regioni?

No. Lo Stato assicura l’omogeneità degli studi, mentre le Regioni avranno competenza legislativa sull'organizzazione degli istituti scolastici in base alle esigenze della popolazione del territorio. La scuola sarà più attenta alla cultura regionale che forma il patrimonio straordinario dell’Italia, integrando - e non sostituendo - i programmi nazionali con moduli di insegnamento specifici, preservando in questo modo la lingua e le tradizioni delle singole Regioni.

Perché l’autonomia sulla polizia amministrativa?

La riforma non mette in discussione la competenza statale sulla pubblica sicurezza, ma la integra introducendo il concetto di sicurezza urbana e di sicurezza del territorio. All’agente di polizia locale, al vigile urbano, non verrà assegnato solo il compito di elevare multe, ma potrà partecipare pienamente a garantire la sicurezza dei cittadini, dando risposte immediate soprattutto in Regioni con alto tasso di criminalità o di criminalità organizzata.

L'Italia spaccata a metà?

Secondo la sinistra, la devoluzione acuirà il divario economico e sociale tra Nord e Sud, lasciando a se stesse le regioni svantaggiate. Mentre fino ad oggi lo Stato centrale non è riuscito a colmare questo divario, la devoluzione sarà la risposta adeguata e innovativa. Essa infatti significa autogoverno, capacità di gestire autonomamente e con cognizione di causa il territorio, restituendo al Sud pari dignità e responsabilizzando direttamente i suoi dirigenti.

Come viene modificato il processo legislativo?

L’iter delle leggi sarà diverso a seconda delle materie trattate. Per la materie riservate alla competenza esclusiva dello Stato, la Camera discute e approva le leggi. Il Senato ha 30 giorni di tempo per proporre modifiche. Sarà comunque la Camera a decidere in via definitiva. Per le «materie concorrenti», di competenza sia dello Stato centrale sia delle Regioni, la competenza legislativa primaria spetta al Senato che discute e approva le leggi. Per le materie di competenza esclusiva delle Regioni, saranno queste a discutere e approvare le leggi. Se il governo ritiene che una legge pregiudichi l’interesse nazionale, può bloccarla. Deciderà poi il Parlamento in seduta comune.

In che cosa consiste il premierato?

Si rafforzano la legittimazione popolare e i poteri del primo ministro, nonché il bipolarismo perché il primo ministro sarà la persona indicata dal partito o dalla coalizione che ha vinto le elezioni. Di conseguenza, l’insediamento del primo ministro non richiederà più il voto di fiducia della Camera e rispetterà l’indicazione degli elettori, riducendo il ruolo dei partiti. Il premier potrà infine nominare e revocare i ministri.

Come sarà la nuova Corte costituzionale?

La Corte costituzionale sarà sempre composta da 15 giudici, ma saliranno da 5 a 7 quelli nominati dal Parlamento: 4 nominati dal Senato federale e 3 dalla Camera dei deputati: il capo dello Stato e le supreme magistrature ne indicheranno 4 ciascuno. Per i tre anni successivi alla scadenza dell’incarico, i giudici costituzionali non potranno far parte del governo o del Parlamento, né ricoprire incarichi di nomina governativa.

Cosa significa «fine del bicameralismo perfetto»?

Attualmente, Camera e Senato sono l’uno il doppione dell’altro, in quanto hanno gli stessi poteri e competenze. Nel momento in cui fu istituito, dopo il ventennio fascista, il bicameralismo perfetto costituiva una garanzia di «ripensamento». Oggi tale sistema risulta anacronistico e la diversificazione delle competenze risponde alle esigenze sia del federalismo sia di snellimento dell’iter legislativo.

 


BREVE RASSEGNA STAMPA

Devolution e centralismo

La Costituzione non è violata ma riformata. Un antidoto alla paralisi

"Il Foglio", 21 ottobre 2005, p. 3

La riforma della Costituzione che era scritta nel programma elettorale del centrodestra ha superato il penultimo passaggio parlamentare. L'opposizione sostiene in modo un po' enfatico che in questo modo si “stravolge” o si “deforma” la Carta fondamentale, ma è ovvio che chi intende riformare un testo lo fa perché lo ritiene inadatto o incompleto. E' difficile negare che questa sia la condizione, per quel che riguarda i rapporti tra Stato e Regioni e quelli tra governo e Parlamento, del testo attuale. Con la riforma, anch'essa unilaterale, adottata dal centrosinistra, tutte le materie erano sottoposte a legislazioni “concorrenti” tra Stato e Regioni, con l'effetto di un colossale conflitto di competenze. Le nuove norme distinguono meglio le materie di competenza statale o regionale e introducono anche, per casi di particolare rilevanza, il primato dell'interesse nazionale. Da questo punto di vista si potrebbe persino parlare di una specie di devoluzione centralista.

L'altro aspetto rilevante della riforma consiste in un tentativo di adeguare la Costituzione formale a quella reale. L'indicazione del premier sulle schede elettorali, le norme che rendono più difficile capovolgere in Parlamento le indicazioni degli elettori in omaggio al bipolarismo, vanno in questa direzione, e sembrano particolarmente utili in presenza di una legge elettorale proporzionale. Al termine del percorso, spetterà ai cittadini esprimersi, scegliere cioè la restaurazione di un testo che ha creato tanti problemi o la sperimentazione di nuove regole, la cui efficacia, naturalmente, si potrà verificare solo con il tempo. Intanto un primo risultato è stato raggiunto: il carattere sacrale e mummificato della Costituzione è stato superato. Non si tratta, naturalmente, di rivedere i principi fondamentali e i diritti riconosciuti, che nessuno mette in discussione. Ma i meccanismi di funzionamento degli organismi dello Stato, che erano evidentemente inceppati, non possono essere considerati intoccabili, altrimenti la paralisi avanza.
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Una riforma per modernizzare il Paese

Intervento dell'on. Michele Saponara alla Camera dei Deputati il 15 ottobre 2004.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei rappresentare che il gruppo di Forza Italia esprime soddisfazione e gratitudine per il lavoro svolto dalla Camera dei deputati e per il risultato conseguito. Esso esprime, altresì, apprezzamento per l'intelligenza politica del ministro Calderoli e del sottosegretario Brancher, e preannunzia che voterà compatto e convinto a favore del disegno di legge costituzionale in esame.

Si tratta di un momento importante, poiché il Governo Berlusconi fornisce un'altra ed importante prova di essere in grado di realizzare il programma proposto ai cittadini italiani, il quale prevedeva, tra l'altro, l'ammodernamento dello Stato. È proprio questo aspetto ad aver scatenato, da parte dell'opposizione, una campagna di delegittimazione del Presidente Berlusconi, che avrebbe sostenuto questa riforma solo per far contenta la Lega Nord, nonché di criminalizzazione della riforma costituzionale stessa.

Abfoto: onorevole Michele Saponarabiamo sentito affermare che, con tale riforma, si sarebbe spaccata l'Italia e che vi sarebbe stata, da una parte, un'Italia povera che sarebbe diventata sempre più povera e, dall'altra, un'Italia ricca che sarebbe stata sempre più ricca. Ma è stato taciuto agli italiani che di riforma dello Stato avevano parlato Spadolini e Craxi e che se ne erano occupate la Commissione Bozzi, la Commissione De Mita-Iotti e, infine, la Commissione bicamerale presieduta dall'onorevole D'Alema. È stato altresì taciuto agli italiani che la devoluzione nasce dalla Costituzione del 1947, allorché furono previste sia le regioni, sia le autonomie amministrative, nonché dalla riforma del Titolo V della nostra Carta, approvata con la maggioranza risicata di soli quattro voti.

Ora, esponenti qualificati dell'allora maggioranza riconoscono che si trattò di un errore. L'onorevole Gerardo Bianco ha definito infausta tale riforma, ma essi vogliono negare a noi il diritto-dovere di attuare il programma di governo, sostenendo che riforme importanti vanno varate con una larga maggioranza, che comprenda anche parte, o gran parte, dell'opposizione. Si tratta di un'esigenza sicuramente avvertita anche da noi, e vorrei sottolineare che abbiamo ascoltato il monito che è venuto prima dal Capo dello Stato, e successivamente dal Presidente della Camera.

Si è sostenuto, inoltre, che una riforma così impegnativa avrebbe richiesto la convocazione di un'assemblea costituente, e comunque lo stesso «spirito costituente» che animò la Commissione dei settantacinque, di cui facevano parte La Pira, Dossetti, Calamandrei ed altri grandi padri della nostra democrazia. È chiaro che è illusorio pensare di ricostituire quello spirito. I tempi sono cambiati e non ci sono la tensione morale e la passione civile proprie di un contesto diverso. Vorrei ricordare, infatti, che c'era stata la guerra, c'era stato il Ventennio, c'era stata la tragedia della guerra civile, c'era l'ansia della riappacificazione e c'era anche la speranza di riconquistare la libertà.

Oggi c'è la libertà che, evidentemente, non apprezziamo a sufficienza. Allora, non vi era il Parlamento e, quindi, bisognava creare un organismo nel quale far convivere tutti i cittadini e fare esprimere agli stessi cittadini le loro ansie, le loro istanze e le loro proposte. Oggi, vi sono la Camera dei deputati, il Senato, le Commissioni, e pertanto non vi sarebbe assolutamente bisogno di un'assemblea costituente.

Noi abbiamo cercato, accogliendo il monito del Capo dello Stato, di creare lo spirito costituente, nella Commissione e in Assemblea. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ci siamo riusciti, perché in Commissione abbiamo avuto la collaborazione determinante, effettiva ed efficace dei colleghi dell'opposizione, ai quali va il mio ringraziamento, così come è andato loro il ringraziamento dell'onorevole Violante.

Ciononostante, i leader dell'opposizione hanno ritenuto di fare muro contro muro e di far votare contro gli articoli, che pure avevano accolto i loro emendamenti. Hanno votato anche contro l'articolo 24 del provvedimento, che riconosceva al Presidente della Repubblica la facoltà di concedere la grazia, senza proposta del ministro della giustizia. In tal modo, una loro battaglia in favore della liberazione di Sofri - condotta, in special modo, dall'onorevole Boato - è stata caducata dalla cecità del fare muro contro muro.

In quanto al merito della riforma, noi ci riteniamo pienamente soddisfatti. Si è affermato che la devolution avrebbe spaccato l'Italia. Sono stati corretti i guasti prodotti dalla riforma del 2001, che avevano determinato, tra l'altro, un consistente contenzioso tra Stato e regioni davanti alla Corte costituzionale.

In quanto al timore di spaccare l'Italia, tra quella povera e quella ricca, sono state introdotte norme che dovrebbero tranquillizzare, nel modo più assoluto, tutti coloro che avevano espresso tale paura. È stato riformato l'articolo 114, secondo cui comuni, province, città metropolitane e regioni esercitano le loro funzioni secondo i principi di sussidiarietà e solidarietà; vi è l'articolo 18 del provvedimento, che prevede il coordinamento tra tali enti, sulla base dei principi di leale collaborazione e solidarietà. Vi è, inoltre, il riformato articolo 120, secondo cui lo Stato può sostituirsi a regioni, province, città metropolitane e comuni ogni qual volta ciò sia necessario per la tutela dell'unità giuridica ed economica e per la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.

Vi è, ancora, la riforma dell'articolo 127, che accenna all'interesse nazionale, prevalente su tutto e che rappresenta, quindi, la ratio riformatrice di tutta la riforma.

Per quanto riguarda il Senato federale, l'onorevole De Mita - del quale ho apprezzato, come di consueto, la cultura da «Magna Grecia» - ha accennato al problema del bipolarismo e del monocameralismo, che fu posto cinquant'anni fa, ma che non è stato mai risolto. Noi lo abbiamo risolto. Se si considerano gli interventi dei relatori e di coloro che sono intervenuti nella legislatura, tutti hanno parlato della necessità di istituire un organo che svolgesse il ruolo di «camera di compensazione» tra lo Stato e le regioni. L'attuale opposizione non la definì, non la creò. Si riprometteva di farlo nella legislatura successiva, nella speranza - purtroppo per essa delusa - di vincere le elezioni.

Per quanto riguarda il premierato, abbiamo assicurato la governabilità del paese, che si inseguiva fin dalla «legge truffa», che tanto dispiacere provocò a De Gasperi; ed è sotto gli occhi di tutti e, specialmente, dell'onorevole De Mita - il quale ha partecipato a molte sfibranti consultazioni - che, in cinquant'anni, vi sono stati più di quaranta Governi, che restavano in carica, in media, undici mesi.

Noi riteniamo che si tratti di una buona riforma, peraltro da tutti ritenuta necessaria. Da Spadolini a Craxi, nelle Commissioni De Mita e Iotti, tutti hanno parlato della necessità di aggiornare la Costituzione. Io avevo introdotto anche l'argomento dell'articolo 68 sull'immunità dei parlamentari, cercando di adeguarla all'immunità prevista dal Parlamento europeo, e il tema della riforma dell'articolo 79, circa la maggioranza richiesta per l'amnistia e l'indulto; ma abbiamo ritenuto di rinviare ad altra sede questa riforma, peraltro molto sentita ed importante.

L'opposizione ha ritenuto di fare muro contro muro e minaccia di ricorrere al referendum, alla piazza, ai cittadini. Il professor Ceccanti, costituzionalista non certo amico della destra, aveva scritto su Il riformista che l'articolo 120 aveva svuotato completamente il referendum e che nessuno avrebbe avvertito l'esigenza di votare contro questa riforma.

Questa mattina i colleghi dell'opposizione hanno ripetuto che, oramai, essi fidano e confidano solo nel referendum, per poi sedersi al tavolo con noi e realizzare una riforma più condivisa, a differenza di quanto è stato fatto in questa occasione. Ebbene, noi non temiamo il referendum. Voi sarete costretti a dire ai cittadini solo cose non vere. Noi, invece, diremo e dimostreremo che abbiamo corretto la vostra riforma del 2001 e che siamo riusciti ad approvare la riforma dello Stato che, affrontata fin dagli anni Ottanta, non si era riusciti a realizzare.

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La dittatura che non verrà

Dov'è lo scandalo della riforma costituzionale approvata in Senato dalla maggioranza? L'opposizione grida alla tirannide ma i poteri del premier sono più deboli di quelli previsti dalla sinistra in Bicamerale

"Il Foglio", 24 marzo 2005, p. 1

Roma. La domanda da porsi di fronte al testo di riforma costituzionale approvato ieri dal Senato, con i voti della sola maggioranza, è se il centro e le sinistre guidati da Romano Prodi abbiano il diritto di gridare alla dittatura del premier e allo stravolgimento delle garanzie democratiche. Allarme che pretendono di fondare, all'ingrosso sul pericolo che il premier possa disporre di prerogative onnipotenti: il fatto di essere direttamente collegato, nella sua elezione, all'elezione dei candidati alla Camera: il potere di nominare e revocare i ministri; la facoltà di sciogliere la Camera. Se il centrosinistra abbia ragione è un interrogativo che questo giornale aveva sollevato già un anno fa, e la risposta fu no, quando il testo era appena stato licenziato in prima lettura da Palazzo Madama e ancora non era iniziato il suo percorso di discussione e approvazione da parte della Camera.

Un anno fa il Foglio indicò nel premierato robusto e nel Senato muscolare gli esiti perfettibili di una riforma che Montecitorio ha successivamente emendato e corretto durante l'estate, pur senza stravolgerla, in una direzione decisamente contraria alle aspettative di chi agli occhi delle opposizioni, starebbe vagheggiando una dittatura morbida del presidente del Consiglio. Tra il testo iniziale e quello di oggi. infatti, sono intervenute modifiche non trascurabili che hanno limitato più che ampliare le prerogative forti del premier. Una delle novità inserite dai deputati è la cosiddetta sfiducia costruttiva, fortemente voluta dall'Udc e proprio dai centristi fatta rientrare - si ricorderà - nel negoziato politico sorto all'interno della maggioranza durante la verifica di governo andata in scena l'estate scorsa. La sfiducia costruttiva rappresenta un contrappeso al potere di scioglimento della Camera da parte del premier. Perché offre ai deputati della maggioranza la possibilità di presentare una mozione di sfiducia (sottoscritta almeno dalla maggioranza dei componenti la Camera) in cui va indicato il nome del nuovo premier (che entro cinque giorni deve poi ottenere la fiducia della Camera sul suo programma). Lo ha notato perfino Mario Pirani ieri su Repubblica: "In una coalizione con ali estreme riottose. se una di queste vuoi far saltare il banco, le basta votare anche da sola la sfiducia per ottenere lo scioglimento del Parlamento".

Cosa disse Salvi nel 1997

Insomma si può sostenere che il premierato robusto concepito un anno fa si sia indebolito lungo le strettoie dei passaggi par lamentarsi? Si. E c'è dell'altro. Tanto la prima soluzione uscita da Palazzo Madama. quanto e a maggior ragione quella poi addomesticata di cui oggi si discute con tanta foga, possono essere scambiate per il prodotto edulcorato della fallita Commissione bicamerale di cui recepivano e recepiscono ampiamente alcune proposte avanzate dal centrosinistra. A cominciare da primo bersaglio grosso su cui l'opposizione si sta esercitando in queste ore, e cioè il potere di scioglimento parlamentare affidato al premier. E' senz'altro interessante, allora, sfogliare i verbali della Bicamerale del 1997. E scoprire. anzi riscoprire sulla materia oggi incandescente le ammissioni della più serena sinistra di allora: "In Italia non abbiamo normato in Costituzione il potere di scioglimento. Non credo si possa ritenere che in tutto il resto del mondo dove questi meccanismi sono previsti ci sia una situazione di anomalia politica, istituzionale, costituzionale e democratica", ammetteva il relatore di sinistra Cesare Salvi nelle sedute 28 e 29 del maggio 1997. Con le ammissioni spassionate arrivarono le proposte per uscire dal vuoto normativo. ancora per bocca del relatore Salvi: "Come prevede il primo comma dell'art. 3, il primo ministro, sentito il Consiglio dei ministri, ma sotto la sua esclusiva responsabilità può sciogliere il Parlamento. A fronte della richiesta, e una volta acquisito il parere del Consiglio dei ministri, il decreto di scioglimento è un atto dovuto. Ricordavo all'inizio che si tratta di una soluzione che non credo debba suscitare eccessivi dubbi e preoccupazioni dal punto di vista della tenuta democratica del sistema. Mi limiterò ad osservare - diceva sempre Salvi - che quando qualcuno scioglie il Parlamento, non è che poi assume i pieni poteri e rinchiude i parlamentari in uno stadio di calcio: la parola viene data al popolo sovrano, e potrebbe verificarsi che, se la scelta non è ben calibrata, quello stesso popolo sovrano si formi anche un'idea ed esprima un giudizio sulla scelta stessa dello scioglimento e voti di conseguenza". L'argomentazione trovò quindi formulazione compiuta: "Il Primo ministro, sentito il Consiglio dei ministri, sotto la sua esclusiva responsabilità, può chiedere lo scioglimento del Par lamento, che sarà decretato dal Presidente della Repubblica". Il decreto di scioglimento fissa la data delle elezioni" (art. 3 comma 1 del testo Salvi. In tale quadro, Coloro che adesso lamentano un declassamento dei poteri presidenziali, dovrebbero ricordare che sin dal gennaio 1996 Franco Bassanini, Cesare Salvi, Domenico Fisichella e Giuliano Urbani immaginavano in una bozza chiaroveggente una riforma delle istituzioni secondo la quale "al Presidente della Repubblica, privato delle funzioni di responsabilità che comportano una ingerenza nella formazione dei governi e nella soluzione delle crisi di governo (scioglimento del Parlamento), potrebbero essere attribuiti significativi poteri di garanzia".

Quanto all'impianto generale del premierato, per comprendere le oscillazioni della sinistra si può addirittura ripartire dalla tesi numero 1 del programma elettorale dell'Ulivo per le elezioni politiche del 1996. Dov'era scritto: "Appare opportuna nel nostro paese l'adozione di una forma di i governo centrata sulla figura del Primo ministro, investito a seguito di voto di fiducia parlamentare in coerenza con gli orientamenti dell'elettorato. A tal fine è da prevedere, sulla scheda elettorale, l'indicazione - a fianco del candidato del collegio uninominale - del partito della coalizione alla quale questi aderisce e del candidato premier da essi designato". Posizione identica fu poi espressa, nel maggio del 1997. da Cesare Salvi in qualità di relatore alla seduta numero 28 della Commissione bicamerale. Salvi argomentò, citò, propose in modo dotto e asseverativo: "Nel sistema britannico è determinante il congiunto effetto di meccanismi elettorali e istituzionali: formalmente gli elettori in Gran Bretagna eleggono solo il deputato del loro collegio; vorrei chiedere se qualcuno di noi ritiene che vi sia un cittadino di quel paese che non ritenga di aver 'eletto' Tony Blair Primo ministro. In realtà il loro voto nasce in modo indiretto ma trasparente, esplicito e chiarissimo, la scelta, l'elezione del primo ministro. Noi siamo andati oltre quella logica, proprio perché sappiamo che nelle condizioni del sistema politico italiano e del sistema costituzionale italiano occorre introdurre elementi ulteriori. In questa bozza si propone che il nome del primo ministro sia presente nella scheda elettorale accanto al nome del candidato al collegio per l'elezione del Parlamento. Non credo che se si condivide la scelta dell'elezione contestuale tra primo ministro e la maggioranza, ci possono essere meccanismi costituzionali molto diversi da questi". E' ciò che l'attuale maggioranza ha realizzato otto anni dopo, se possibile accontentando anche le richieste di Armando Cossutta, presidente dei Comunisti italiani. Cossutta vede oggi nella riforma il prodromo di una dittatura" ma nel maggio '97, sempre in Bicamerale. si esprimeva così: "Sono favorevole al fatto-e lo considero molto significativo - che da ogni partito o da ogni raggruppamento che si presenta alle elezioni venga indicato agli elettori il nome del premier che si intende sostenere in caso di vittoria di quel partito o dello schieramento di cui quel partito fa parte. Ritengo persino utile che si indichi il nome di questo premier sulla scheda".

Stabilito questo, e cioè che la sinistra eccede oggi nel criticare quanto ha proposto in passato. si può volgere lo sguardo al secondo bersaglio grosso, la devolution. Ma solo uno sguardo per evidenziare che sia le cose buone (come la clausola d'interesse nazionale con cui scongiurare o dirimere eventuali conflitti d'attribuzione) sia le sgangheratezze del testo (come la potenziale concorrenza tra centro e periferia in materia d'istruzione) più che dividere il paese rimediano a una 'pulsione suicida" (Mario Pirani). Quella con cui, al termine della scorsa legislatura, il centrosinistra modificò unilateralmente e in direzione centrifuga il titolo V della Costituzione. Con il risultato che, prima della riforma della Cdl, l'unica fonte autorevole per farsi un'idea di come funziona il federalismo all'italiana è stata la giurisprudenza prodotta dalla Corte costituzionale impegnata a pronunciarsi sui conflitti istituzionali tra Stato e Regioni.

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Le ragioni per il sì al referendum confermativo

Analisi critica della riforma della Cdl

Peppino Calderisi, da "Il Foglio" del 24 novembre 2005

I. La modifica della seconda parte della Costituzione, attesa ormai da lungo tempo, è indispensabile per modernizzare le nostre istituzioni. Occorre munire il paese di quegli stessi strumenti di cui le altre democrazie occidentali dispongono da tempo per affrontare in condizioni di parità con gli altri paesi le grandi sfide che i tempi ci impongono sul piano dei rapporti internazionali, dell'economia e del diritto interno. Negli ultimi vent'anni si sono susseguiti numerosi tentativi, tutti falliti, di riformare la Carta del 1948, salvo la modifica del Titolo V approvata dal centrosinistra alla fine della scorsa legislatura. La revisione della seconda parte della Costituzione è ora stata realizzata dalla Casa delle Libertà e sarà sottoposta al voto dei cittadini attraverso il referendum confermativo che, molto probabilmente, si terrà nel prossimo mese di giugno, subito dopo lo svolgimento delle elezioni politiche.

La riforma è stata ed è oggetto da parte del centrosinistra e di molti organi di informazione e opinionisti schierati di accuse gravissime: la “devolution” che disgrega l’unità d’Italia, il premierato che crea una “deriva plebiscitaria” e la “dittatura del premier”. Si tratta di accuse del tutto destituite di fondamento, di una vera e propria campagna di delegittimazione e falsificazione dei contenuti della riforma. Ad essa è necessario rispondere innanzitutto facendo chiarezza sui contenuti effettivi della riforma. Essa non è certo immune da difetti e incongruenze che sono, semmai, di natura opposta rispetto a quelli denunciati dal centrosinistra. Dall’analisi del testo emergono anche le ragioni per le quali si può e si deve votare Sì al referendum, evitando così che venga ancora una volta sprecata una grande occasione di modernizzazione delle nostre istituzioni, forse irrepetibile per molti anni a venire.

II. Per un’analisi approfondita della riforma è opportuno partire da una questione di fondo: la necessità di superare il bicameralismo paritario, giustamente criticato da Crisafulli come "assurdo e ingombrante". Questo aspetto, sempre sottovalutato, rappresenta invece uno snodo cruciale della riforma (la cui difficoltà ha concorso a determinare, insieme ad altre ragioni politiche, i fallimenti dei tentativi riformatori prima ricordati). Quello italiano è infatti l’unico sistema parlamentare al mondo (dopo la riforma della Costituzione rumena) che affida il rapporto fiduciario con il governo ad entrambe le Camere. Superare il bicameralismo paritario è essenziale sia per quanto riguarda la modifica della forma di governo nel senso del premierato (modifica che presuppone di affidare il rapporto fiduciario ad una sola Camera, per evitare che una possibile divaricazione nella composizione politica delle due Assemblee impedisca la formazione di un indirizzo politico univoco e di un governo stabile), sia per quanto riguarda la realizzazione di un assetto di tipo federale (che presuppone l’istituzione di una Camera federale come sede di raccordo tra Stato e autonomie, in particolare le Regioni, titolari della potestà legislativa su importanti materie).

La riforma del titolo V della Costituzione approvata negli ultimi giorni della scorsa legislatura dalla maggioranza politica del centrosinistra, ha realizzato quella che si può chiamare la "grande devoluzione", per la quantità e la qualità delle materie deferite alla competenza legislativa delle regioni (addirittura tra le materie concorrenti vi sono: grandi reti di trasporto e di navigazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia; ordinamento della comunicazione e molte altre ancora). Questa riforma è considerata incompleta e imperfetta dalla comunità scientifica, dagli operatori e persino da gran parte delle forze politiche che l'hanno approvata. Essa ha ripartito le materie, che inevitabilmente hanno confini incerti (del resto, i problemi che le leggi sono chiamati a risolvere riguardano quasi sempre un intreccio di materie), e ha creato una vastissima zona di competenze intermedie (le cosiddette “materie concorrenti”). Ma non ha previsto una Camera federale come "sede" del federalismo, cioè dell'incontro istituzionale tra Stato e territorio, della mediazione politica delle materie (per decidere concretamente “chi fa che cosa”), della composizione degli interessi divergenti, dell'equilibrata distribuzione delle risorse; e ha addirittura cancellato la tutela dell'interesse nazionale privando il sistema di una clausola generale e flessibile di competenza statale come "strumento" del federalismo (alla stregua della clausola prevista dall'articolo 72 della Costituzione tedesca a tutela dell'unità giuridica ed economica). Ne è scaturito un federalismo rissoso e confuso, con gravi conseguenze: che si sono accresciuti esponenzialmente i conflitti di competenza tra Stato e Regioni e che, quindi, la “sede” del federalismo è divenuta la Corte Costituzionale e lo “strumento” del federalismo è divenuta la giurisprudenza costituzionale. Cioè una sede e uno strumento impropri e non idonei, perché non politici, con buona pace della certezza del diritto, della responsabilità del Governo e della sovranità del Parlamento trasferite dall'organo rappresentativo della volontà popolare ad un organo tecnico-giuridico quale la Corte.

Non solo. La riforma del titolo V della scorsa legislatura ha anche un altro serio inconveniente, il terzo comma dell'articolo 116 che consente "ulteriori forme e condizioni di autonomia" (il cosiddetto federalismo progressivo o differenziato). In base a tale comma le regioni potranno chiedere e ottenere dalla maggioranza politica pro tempore (con legge ordinaria approvata a maggioranza assoluta) la potestà legislativa su tutte le materie di legislazione concorrente e addirittura su alcune materie di competenza esclusiva dello Stato, tra cui le "norme generali sull'istruzione". Una sorta di "dissolution".

III. Esaminiamo ora come interviene la riforma della parte seconda della Costituzione per quanto riguarda il bicameralismo e il federalismo. Essa ha indubbiamente alcuni grandi meriti.

  • Ha sottratto alla seconda Camera la “fiducia” al Governo. Va dato atto ai senatori di aver realizzato con coraggio questa difficile modifica del bicameralismo italiano sulla quale pochissimi avrebbero scommesso.
  • Ha previsto una riduzione (quasi del 20 per cento) del numero dei parlamentari, sia pure diluita realisticamente nel tempo.
  • Ha apportato molte e significative correzioni alla riforma del titolo V della scorsa legislatura. In particolare:

a) ha ricondotto allo Stato una serie di materie che erano state impropriamente inserite nell’elenco delle materie di legislazione concorrente (come già ricordato: grandi reti di trasporto e di navigazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia; ordinamento della comunicazione);

b) ha ripristinato l’utilizzazione del limite dell’interesse nazionale (o di altri limiti analoghi diversamente denominati, come la tutela dell’unità giuridica ed economica) sia in funzione preventiva che repressiva. In funzione preventiva, cioè come presupposto per l’attivazione di una legislazione nazionale, anche su materie di competenza regionale (un limite di fatto già utilizzato dalla giurisprudenza della Corte costituzionale dopo la riforma del 2001). Si tratta della clausola cosiddetta di supremazia o flessibilità, simile a quella prevista nella Costituzione tedesca). In funzione repressiva per rimuovere le disposizioni pregiudizievoli dell’interesse nazionale contenute nelle leggi regionali, limite da attivare in via eccezionale sulla base di una chiara assunzione di responsabilità del governo che deve essere accolta dal Parlamento in seduta comune con maggioranza assoluta (lasciando correttamente al Capo dello Stato una funzione non politica ma di controllo costituzionale). In sostanza un perfezionamento dell’art. 127 della Costituzione del 1948 che la riforma del 2001 aveva incautamente cancellato;

c) ha abrogato il terzo comma dell’art. 116 (quella sorta di "dissolution").

  • Ha ricondotto la “piccola devoluzione” voluta dalla Lega Nord su sanità, istruzione e polizia locale all’attribuzione alle Regioni di competenze che esse sostanzialmente già hanno, ponendo le basi per politiche nazionali nel settore della sanità (le cui norme generali spettano allo Stato come le norme generali sull’istruzione) e sostituendo l’espressione “polizia locale” con quella di “polizia amministrativa regionale e locale”.

E' particolarmente significativo il giudizio espresso da un costituzionalista Ds come il prof. Augusto Barbera, che in una intervista al Sole 24 ore del 17 ottobre 2004 ha testualmente affermato: " ...Il testo della Cdl, anche se è spesso contorto e farraginoso, è attento alle esigenze unitarie e si muove nella prospettiva di un regionalismo forte, adeguato alla realtà italiana. E' paradossale, ma bisogna riconoscere che è toccato a un ministro leghista come Roberto Calderoli rimediare ai pericoli per l'unità nazionale del federalismo sgangherato del Titolo V dell'Ulivo. Di cui, tra l'altro, nel Centro-sinistra si fa a gara per disconoscerne la paternità. Con il recupero dell'interesse nazionale, l'introduzione della clausola di supremazia e la riattribuzione alla competenza statale di materie come i trasporti e l'energia si sono salvaguardate le esigenze unitarie. Sostenere che si è fatta la devolution è propagandistico quanto l'accusa che questa spacca il Paese. La polizia regionale è solo amministrativa. Le norme generali sull'istruzione e sulla sanità sono di competenza dello Stato...". Ben altro, dunque, che pericoli per l’unità nazionale. La patria non è messa in pericolo, ma semmai salvata dalla riforma.

Sotto questi profili la riforma contiene dunque molte luci. Ma è adeguata rispetto alle esigenze dichiarate ? Non completamente, ci sono incongruenze e difetti. Fortunatamente esse riguardano aspetti della riforma che, diversamente dalle modifiche al Titolo V, subito operative, entreranno in vigore solo dopo il 2011 e potranno pertanto essere corrette dal prossimo Parlamento. Esaminiamo con attenzione questi difetti e incongruenze (già denunciati, in particolare, dalla fondazione Magna Carta durante l’iter parlamentare della riforma).

1. Il primo riguarda la composizione del Senato federale. La soluzione ideale sarebbe forse stata quello tipo Bundesrat, ma è una buona soluzione di compromesso l’elezione contestuale tra Consigli regionali e Senato federale (anche se le norme transitorie la affidano a tempi lunghi). Questa contestualità può certamente portare ad eleggere un Senato i cui componenti siano più attenti agli interessi delle comunità regionali. Ma non è affatto risolto il rapporto con l’ente Regione, perché non è prevista la presenza nel Senato dei Presidenti delle Regioni (ma solo la partecipazione di due rappresentati regionali senza diritto di voto e con modalità che dovranno essere stabilite dal regolamento). Se il Senato si chiama “federale” perché deve svolgere funzioni di raccordo tra Stato e Regioni, è singolare che in esso non sia presente uno dei due soggetti che si devono raccordare. Se si vogliono ricondurre ad un livello fisiologico i conflitti di competenza tra Stato e Regioni è indispensabile la presenza diretta, e quindi la responsabilizzazione, dei Presidenti delle Regioni nel Senato federale. Inoltre, il limite dell’ “unità giuridica ed economica” giustamente introdotto come presupposto per l’attivazione di una legislazione nazionale (limite che peraltro non ha collocazione autonoma ma è giustapposto con gli altri poteri sostitutivi previsti nell’articolo 120) potrebbe consentire qualunque intervento del legislatore statale, a scapito delle prerogative regionali, proprio a causa dell’assenza dei Presidenti delle Regioni nel Senato federale.

2. Il secondo difetto, connesso con il primo, riguarda la costituzionalizzazione della Conferenza Stato-Regioni con competenze non limitate al coordinamento amministrativo come certamente è necessario, ma estese alla promozione di “accordi e intese” che potrebbero essere anche di tipo legislativo. E’ evidente che una Conferenza Stato-Regioni di questa natura rappresenta una pericolosa duplicazione dei compiti di collegamento tra Stato e Regioni che dovrebbero spettare al Senato federale, con tre gravi rischi: il primo è che i Presidenti delle Regioni siano portati a negoziare le materie in una sede istituzionale inadeguata a sciogliere i nodi delle competenze perché non implica una discussione pubblica, ampia e trasparente quale solo il Parlamento può assicurare ai cittadini; il secondo è che la negoziazione fatta nella Conferenza non sia affatto risolutiva, che i conflitti di competenza continuino e che il contenzioso cresca ancora; il terzo, è che il Parlamento, e soprattutto il Senato, finisca per appiattirsi, senza un vero dibattito, sulle posizioni espresse dalla Conferenza. Il Parlamento sarebbe così privo di un reale potere di intervento, schiacciato tra il potere propositivo della Conferenza e l’autentico potere decisionale della Corte Costituzionale.

3. Il terzo difetto riguarda il rischio di continui e pesanti conflitti di competenza tra le due Camere che si verrebbe ad aggiungere ai conflitti tra Stato e Regioni. Infatti il procedimento legislativo è troppo complicato e farraginoso, imperniato com’è su tre diverse soluzioni, sempre sulla base di elenchi di materie che, come già sottolineato, hanno sempre confini incerti: leggi la cui approvazione definitiva spetta alla Camera dei deputati, leggi la cui approvazione definitiva spetta al Senato federale, e leggi sulle quali le Camere hanno competenza paritaria. Una scelta molto singolare che non trova sostanzialmente riscontro in altri paesi dove viene seguito uno schema molto più semplice. Uno schema che sommariamente si può così riassumere: entrambe le Camere hanno competenza su tutte le leggi secondo un modello di “bicameralismo imperfetto”; la parola definitiva spetta alla Camera politica mentre alla seconda Camera sono attribuiti poteri di proposta (se svolge la prima lettura) o di invito al riesame e di emendamento (se interviene in seconda lettura). Essa può ritardare per qualche tempo l’approvazione definitiva della legge, in alcuni casi può alzare il quorum necessario per la sua approvazione, può in questo modo obbligare l’altra Camera ad un tentativo di conciliazione, ma la parola definitiva è dell’assemblea che ha la rappresentanza politica nazionale (salvo le leggi costituzionali e di revisione della Costituzione e poche altre leggi rimesse alla competenza paritaria delle due Camere). Insomma, all’anomalo bicameralismo paritario italiano, la riforma rischia di sostituire una nuova anomalia, un inedito bicameralismo caratterizzato da gravi conflitti di competenza tra le due Camere che i relativi Presidenti, o il comitato paritetico al quale essi potrebbero deferire le decisioni, potrebbero non essere in grado di risolvere, con conseguente paralisi del procedimento legislativo.

4. Il quarto difetto riguarda il rischio che il bicameralismo dianzi descritto indebolisca fortemente la funzione nazionale di governo. Il Senato federale è titolare di molti poteri decisionali che investono l’indirizzo politico di Governo, in particolare ha competenza ad approvare in via definitiva le leggi concernenti la determinazione dei principi fondamentali sulle materie concorrenti molte delle quali riguardano politiche industriali, economiche e sociali che sono oggetto dei programmi di governo. Un Senato che - è bene ricordarlo - per modalità e tempi di elezioni potrebbe avere una composizione politica diversa rispetto a quella della Camera politica e che comunque non è legato dal rapporto fiduciario con il governo né è soggetto a un possibile scioglimento anticipato. La Camera dei deputati, resasi conto di questo fondamentale problema della riforma, ha modificato il testo approvato inizialmente dal Senato e ha previsto che il Governo, qualora ritenga che proprie modifiche ad un disegno di legge, sottoposto all’esame del Senato, siano essenziali per l’attuazione del suo programma, possa promuovere una nuova deliberazione del Senato ed eventualmente chiedere che la Camera decida in via definitiva a maggioranza assoluta, a condizione però di essere autorizzato dal Presidente della Repubblica, che viene così investito del compito di verificare quali leggi rientrino effettivamente nell’indirizzo politico di Governo. La soluzione sarebbe ottima se non fosse stata introdotta l’autorizzazione presidenziale che costringe il Capo dello Stato a svolgere un ruolo politico del tutto estraneo alla funzione neutrale di garanzia che la riforma gli assegna e che rischia di creare un singolare regime di “coabitazione” tra Premier e Presidente della Repubblica.

IV. Esaminiamo ora le modifiche che le modifiche che riguardano la forma di Governo (che entreranno anch'esse in vigore dopo il 2011). Rinunciando sia al presidenzialismo all'americana sia al semipresidenzialismo alla francese, la Casa delle Libertà ha scelto il modello del cosiddetto premierato. Esso, per un verso, è quello più vicino e che meglio asseconda i comportamenti spontanei dei protagonisti della scena politica degli ultimi dieci anni, dell'uno come dell'altro fronte. Per altro verso, è stato proposto da tempo da un vasto schieramento culturale assolutamente bipartisan ed era contenuto nello stesso programma elettorale dell'Ulivo del 1996, fino ad essere formalizzato in seno all'ultima Commissione bicamerale per le riforme costituzionali.

Inoltre, la forma di governo del Primo ministro contenuta nella riforma è ben più debole dei modelli fin qui delineati, anche da parlamentari e studiosi dell’area del centro-sinistra. Basti infatti ricordare che:

  • il testo non prevede affatto l’elezione diretta del premier ma solo la sua designazione preventiva; l'elettore esprime il proprio voto per le liste e i candidati all’elezione della Camera, scegliendo ad un tempo Premier e maggioranza, esattamente il contrario del sistema "israeliano"; si rafforza la figura di un Primo ministro quale leader responsabile di una coalizione, ben diversa dunque da quella di un capo carismatico prescelto in modo autonomo dalla maggioranza e per le sole qualità personali;
  • il Primo ministro, quando si dimette per cause diverse dall’approvazione di una mozione parlamentare di sfiducia, può essere sostituito da un altro Primo ministro indicato con apposita mozione parlamentare, purché appartenga alla medesima maggioranza espressa dalle elezioni (e ciò per evitare i cosiddetti “ribaltoni”);
  • il potere del Primo ministro di proporre al Capo dello Stato lo scioglimento anticipato della Camera è ampiamente bilanciato dal potere attribuito alla stessa Camera di impedire lo scioglimento mediante l’approvazione di una mozione, sottoscritta da deputati appartenenti alla stessa maggioranza espressa dalle elezioni, nella quale si dichiari di voler continuare nell’attuazione del programma e si indichi il nome di un nuovo Primo ministro.

L'accusa di realizzare una "deriva plebiscitaria" è dunque del tutto infondata. Al premier vengono attribuiti poteri equivalenti o addirittura inferiori a quelli attribuiti al capo dell'esecutivo dalle più consolidate democrazie parlamentari. Il rischio che incombe sulla riforma è semmai quello contrario, cioè di un Governo debole e di un premier che può subire i veti di componenti minoritarie della propria maggioranza a causa dell'eccessiva rigidità della cosiddetta norma antiribaltone (letteralmente copiata dal documento Bassanini-Amato). Una norma troppo rigida perché mette sullo stesso piano eventualità molto differenti tra loro come, ad esempio, il caso dei senatori Tremonti e Grillo che nel 1994 consentirono la nascita del governo Berlusconi, con i casi ben diversi e gravissimi dei “ribaltoni” del 1994 e del 1998. In particolare va assolutamente soppressa la norma che costringe il premier alle dimissioni "qualora la mozione di sfiducia sia respinta con il voto determinante di deputati non appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni". Si tratta infatti di una norma grimaldello che può scardinare la stabilità dell'esecutivo.

V. Se nel dibattito parlamentare, anziché innalzare barricate su una presunta e inesistente dittatura del premier o sui rischi, altrettanto inesistenti, di disgregazione dell'unità d'Italia, si fosse concentrata l’attenzione sui problemi reali che il disegno di legge di revisione costituzionale presenta, il testo della riforma sarebbe stato certamente migliore. Ma il centrosinistra ha scelto deliberatamente la strada della delegittimazione e della falsificazione dei contenuti della riforma rifiutandosi di scrivere assieme alla CdL la modifica della seconda parte della Costituzione, nonostante la scelta della forma di governo del premier, cioè del modello gradito all’opposizione. Infatti il centrosinistra si è opposto e si oppone alla riforma a prescindere dal suo contenuto, per la natura del suo proponente: la Casa delle Libertà, costituita da forze che non hanno scritto la Carta del 1948, che non hanno fatto parte dell’ “arco costituzionale” e alla quale, pertanto, non intende riconoscere il diritto a modificare la Costituzione.

Non essendo stata raggiunta la maggioranza dei due terzi dei componenti nella seconda lettura da parte della Camera e del Senato, la riforma sarà sottoposta al giudizio dei cittadini attraverso il referendum confermativo, ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione.

In quella occasione i cittadini italiani dovranno assumere una decisione di straordinaria importanza. Bocciare la riforma e tenersi per molto tempo ancora la vecchia Carta del 1948, non più adeguata ad affrontare che le grandi sfide che i tempi ci impongono, conservando l’ “assurdo e ingombrante” bicameralismo paritario e rinunciando a correggere i gravissimi difetti della modifica del titolo V del 2001, oppure approvare la riforma consentendo al prossimo Parlamento di correggere i suoi limiti e incongruenze, eventualmente anticipando alcuni aspetti, in particolare le norme sulla forma di governo volte a dare stabilità all'esecutivo.

Una decisione molto difficile che non sarà certo favorita dai falsi e assordanti slogan che finora hanno accompagnato l’esame parlamentare della riforma e quasi certamente caratterizzeranno anche la campagna elettorale. Il rischio più grande, insomma, è quello che venga ancora una volta sprecata una grande occasione di riforma e di modernizzazione delle istituzioni di cui il Paese ha fortemente bisogno.

Modernizzazione che ha sempre costituito la missione principale della CdL e sulla quale, pertanto, il centrodestra gioca la sua più grande sfida: quella di fondare una nuova legittimità costituzionale e, con essa, la propria stessa legittimità.

  ......................

Costituzione, i rischi del referendum

Invece di bocciare la riforma, perché non pensare dl modificarla?

di Franco Debenedetti*, "Panorama", 8 dicembre 2005

Un difficile percorso a ostacoli, dall’esito tutt’altro che scontato: parto del referendum sulla riforma costituzionale che il centrosinistra baldanzosamente si avvia a promuovere. Mettiamo le cose in chiaro: ragioni per bocciare (parte di) questa costituzione ce ne sono, eccome (oltre a quella dei duri e puri, per cui la Costituzione nata dalla Resistenza non si cambia, punto: come se non ci fossero state le commissioni Bozzi. lotti-De Mita, bicamerale, riforma del Titolo V): è comunicarle in un referendum che può diventare un trabocchetto.

La riforma riguarda tre istituzioni, governo, regioni, Parlamento, e propone tre novità: premierato. devoluzione, Senato federale.

Primo: premierato. È nelle tesi dell’Ulivo dal 1996; le norme antiribaltone stanno in autorevoli proposte anche di questa legislatura. Le obiezioni riguardano i poteri del capo dello Stato nello scioglimento del Parlamento, se semplice notaio o decisore ultimo. Riguardano le norme antiribaltone, talmente rigide da rendere il premier ricattabile da componenti minori della coalizione; la norma per cui si torna a votare se la mozione di sfiducia è respinta col voto determinante dell’opposizione è un grimaldello che può scardinare la stabilità del governo. Sacrosanto: ma va a spiegare le differenze in un dibattito.

Secondo: devoluzone. Dal varo delle regioni nel 1970 all‘introduzione del federalismo con la riforma del Titolo V, un tema della sinistra: masochistico regalarlo alla destra. Il nuovo testo corregge in modo sensato le incongruenze della nostra riforma del 2001, perfino restituendo allo Stato competenze di interesse nazionale. Certo che si può far di meglio: di nuovo, vallo a spiegare senza contraddirsi e senza mentire.

Terzo: Senato federale. Il groviglio tra Camera, Senato. Regioni, Conferenza Stato-regioni , Comitato paritetico, capo dello Stato condannerebbe il Parlamento all’impotenza, è indigeribile perfino per chi l’ha scritto. Ma pensiamo sempre a un dibattito in tv. Il centrodestra vanta di avere eliminato il ping pong delle leggi tra Camera e Senato, ridotto il numero dei parlamentari, istituto il raccordo tra Stato e regioni. Il centrosinistra oppone le sue ragioni sacrosante. “Sono questioni tecniche, vi paghiamo per risolverle, non chiedeteci di levarvi le castagne dal fuoco”. Non ci ricorda nulla? Sono passati pochi mesi.

Se poi il centrosinistra uscisse indenne da questi trabocchetti, dovrebbe riscrivere un testo. Con la grande ricchezza di opinioni che può mettere in campo, sarebbe un secondo percorso di guerra.

E se ricorressimo all’articolo 138 e invece di abrogare e riscrivere ci mettessimo, con diligenza e senza fanfare, a modificare una per una le parti che non vanno? Anche per cercare di avere i voti del centrodestra, già che siamo proprio noi a sostenere che per cambiare ci vuole il consenso di tutti. Incominciando, s’intende, da tutti noi.

* Senatore DS

 


BUON VOTO A TUTTI!



permalink | inviato da il 23/5/2006 alle 20:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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